Vlasta Lah, donna regista in Argentina con radici a Trieste

Il festival del Cinema Ibero-Latino Americano rende omaggio alla figura dell’autrice nata a Pola, già modella dei Wulz, con la proiezione di due suoi film e di un documentario dedicato alla sua vita rimasta a lungo ai margini

Federica Gregori
Vlasta Lah
Vlasta Lah

Prima di diventare una pioniera del cinema argentino, Vlasta Lah vendeva profumi sulle navi del Lloyd Triestino e posava da modella per lo studio fotografico delle sorelle Wultz. Nata a Pola nel 1913 e cresciuta a Trieste, emigrò in Argentina nel 1938 dopo essersi formata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Nel 1960 sarà la prima donna a dirigere un lungometraggio sonoro di finzione in Argentina, “Las furias”, seguito tre anni dopo da “Las modelos”. Due film che la storia del cinema ha a lungo lasciato nell'ombra, e che oggi tornano a circolare grazie a un lavoro di riscoperta e attento restauro. La sua vicenda, intreccio di migrazioni, emancipazione femminile e memoria cinematografica, è uno dei fili più suggestivi della 41ª edizione del Festival del Cinema Ibero-Latino Americano di Trieste, in programma dal 25 ottobre al primo novembre.

Il festival diretto da Rodrigo Díaz le dedicherà un omaggio che riunisce le due opere restaurate e un recente documentario, "Vlasta, el recuerdo no es eterno", realizzato dagli argentini Candela Vey e Tino Pereira.

È un percorso che riporta alla luce una figura rimasta per decenni ai margini, restituendo spazio a uno sguardo femminile quando le registe erano un'eccezione nell'industria cinematografica.

Un tributo che sarà proposto il primo novembre al Teatro Miela, dove il festival concentrerà la parte più ampia della programmazione. Ma il legame con Lah è anche un modo per leggere l'identità della manifestazione: Trieste come luogo di passaggio e di scambio, città che da sempre intreccia storie europee e latinoamericane, a iniziare da quella del direttore Díaz. Una vocazione che il festival coltiva da 41 anni, facendo conoscere produzioni poco distribuite in Italia e offrendo uno spazio d'incontro fra cinematografie, linguaggi e realtà sociali differenti.

«La funzione del nostro festival è di raccontare l'America Latina», ha ricordato Díaz presentando il programma, sottolineando come questo racconto non debba essere rinchiuso in una gabbia ideologica.

Le opere, ha spiegato, possono esprimere visioni anche contrapposte: è proprio la pluralità dei punti di vista a restituire la complessità di un continente che conserva legami profondissimi con l'Italia, anche attraverso le grandi migrazioni. Non a caso, fra i nuovi partner del festival figura la Fondazione Insieme di Santiago del Cile, la più numerosa associazione di emigrati e discendenti italiani in America Latina.

«Un festival non si distingue per la quantità ma per la qualità - osserva il direttore artistico -: ed è così che dalle 140-150 pellicole proposte in alcune edizioni precedenti siamo passati quest'anno a 56 titoli, distribuiti in sette sezioni: una selezione che comprende fiction, documentari, cinema sperimentale e opere prime». Direttore che segnala, inoltre, un risultato importante sul piano dell'accessibilità: grazie agli accordi con sei università italiane, tutti i film saranno sottotitolati in italiano.

«Inaugureremo al Museo della comunità ebraica, dove presenteremo un documentario unico realizzato da cineasti argentini a Buenos Aires, dove vive la comunità ebraica più numerosa fuori Israele: racconto che vi invito a conoscere nella giornata di domenica 25 al museo Carlo e Vera Wagner, dalle 10 di mattina alle 18 del pomeriggio».

«Proseguiremo lunedì 26 alle 16 al Museo della Letteratura LETS con i classici delle trasposizioni cinematografiche e di opere letterarie dei grandi»: a iniziare da "Coronación" di Silvio Caiozzi, pluripremiato adattamento dell'omonimo romanzo d'esordio di José Donoso, pilastro della letteratura cilena. E ancora, il giorno seguente "El año de la peste" di Felipe Cazals, thriller fantascientifico messicano girato nel 1978 la cui sceneggiatura è firmata da Gabriel García Márquez, che torna anche col romanzo "La mala ora" nell'adattamento di Ruy Guerra "O Veneno da Madrugada. Un dialogo fra pagina scritta e immagine che permette di attraversare autori, epoche e sensibilità diverse.

La giornata di mercoledì, che ancora a LETS offrirà opere dal sapore letterario come "De noche vienes, Esmeralda" dal racconto della scrittrice messicana Elena Poniatowska, vedrà per il festival un importante cambio di sede.

«Da mercoledì 28 a domenica primo novembre - annuncia infatti Díaz - proseguiremo al Teatro Miela con una programmazione molto tirata, dalle 9 del mattino fino a quasi mezzanotte». Partiranno le sezioni principali, in primis il Concorso presenterà 11 lungometraggi: tra le figure femminili fuori dagli schemi, si vedrà ad esempio l'argentino "Pepita la Pistolera" della figlia d'arte Lucía Puenzo, dove una prostituta incinta sfida mafia e poteri corrotti nella Mar del Plata del 1985, costruendo un impero clandestino per proteggere altre donne dalla violenza della strada. Il film brasiliano, "Ela foi...", si presenta invece come un vero e proprio atto di resistenza contro l'oblio, toccando il tema dei figli strappati alle perseguitate politiche durante le dittature militari in Brasile e Uruguay.

E ancora le 14 opere sperimentali di Contemporanea, i nove film su temi sociali e convivenza civile di Contemporanea Malvinas, mentre Contemporanea Mundo Latino ne raccoglierà dieci, con una prospettiva più storica.

A tenere insieme un programma così composito è la convinzione che il cinema non sia soltanto intrattenimento ma uno strumento per conoscere le società attraverso le voci di chi le abita. Non a caso il festival ha scelto una particolare frase del documentarista cileno Patricio Guzmán, scomparso di recente, come una sorta di bussola: «Un Paese senza cinema documentaristico è come una famiglia senza un album di fotografie».

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