I corsi di Tino Ranieri il critico triestino primo prof di cinema
Sessant’anni fa all’Università di Trieste il pionieristico corso accademico dedicato a Michelangelo Antonioni

«Tino Ranieri era uno che in vita sua aveva visto migliaia di film, e li ricordava tutti – scrisse Tullio Kezich – Tino amava tutti i film. Per questo si imprimevano nella sua mente: perché nel possederli con lo sguardo li aveva tanto amati da non scordarli più». Ma chi era, per chi non lo sapesse, il triestino Tino Ranieri (1920-1978)? Era il “quarto moschettiere”, insieme a Kezich, Callisto Cosulich e Franco Giraldi, dei grandi critici cinematografici formatisi nella nostra città negli anni’40. Più anziano degli altri tre, in parte fratello maggiore, in parte modello di rigore cinefilo, Ranieri era molto meno famoso per aver calcato, in una vita particolarmente difficile, ribalte non altrettanto luminose (non quotidiani, televisioni e set, ma riviste specializzate e dizionari). E c’era anche quel suo carattere che gli complicava non poco i rapporti, di “uomo scontroso, difficile, vulnerabile al massimo grado” (osservava Kezich). Era sicuramente il più schivo di quella celebrata “scuola triestina”. Autorevole e prolifico, schedatore infaticabile e lucidissimo recensore, Ranieri non è stato meno significativo di Kezich e Cosulich nella costruzione di metodi (la filologia) e passioni (il western) di quella “scuola” . Punto di riferimento per i più giovani Callisto e Tullio, fu anche coinvolto da quest’ultimo nell’avventura milanese della società “22 dicembre” .
Ma oggi ricordiamo Ranieri per un anniversario formidabile e dimenticato. Sessant’anni fa, nell’autunno 1957, Ranieri iniziava a Trieste quello che sembra a tutti gli effetti il primo vero corso universitario di cinema in Italia. L’argomento era Michelangelo Antonioni, il grande regista ferrarese morto proprio dieci anni fa (30 luglio 2007). All’epoca Antonioni era lontano dal successo internazionale degli anni’60 con “L’avventura”, “L’eclisse”, “La notte”, anche se già noto come giovane maestro del “neorealismo borghese”.
Testimonianza di quel corso rimane la dispensa pubblicata dall’Università e conservata nella Biblioteca. «È la prima monografia su Antonioni – attesta Giorgio Tinazzi, massimo esperto italiano del regista – che anticipò quella più nota di Fabio Carpi del’58 per Guanda». Ranieri aveva visto e discusso, come qualsiasi altro critico del tempo, i cinque film fino ad allora realizzati da Antonioni, da “Cronaca di un amore” (1950) a “Il grido” (1957). Solo che, a differenza della maggior parte degli altri critici, li aveva davvero capiti.
Fu così che gli fu affidato, come si legge nella premessa della dispensa, “il compito di aprire l’attività dell’Istituto del Cinema, inaugurato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia”, con un ciclo di lezioni nell’anno accademico’57-’58 sull’opera di Antonioni.
Ranieri, con tipica ritrosia triestina, sempre nella premessa manifestava il dubbio di non sentirsi all’altezza. «Non sono un docente universitario – scriveva – chiedo venia se il mio linguaggio, in queste lezioni, sarà quello molto più modesto del giornalismo cinematografico al quale appartengo». Ma basta leggere il primo capitolo, “Formazione di Antonioni”, sull’attività allora del tutto ignota di critico del regista, per vedere confermate tutte le qualità che Kezich riconosceva a Ranieri, «la lucidità dell’analisi, la capacità di individuare riferimenti culturali, l’assenza totale di prevedibilità». E questo anche se «le sue università – sempre Kezich – furono i cinema di periferia, dove si formò coscienza e cultura, gusto e carattere».
Paradossalmente l’Università italiana decise di aprire proprio con questo “spettatore di provincia” (come Ranieri si autodefiniva) il battesimo del cinema come materia strutturata. «L’insegnamento del cinema nelle Università a quei tempi non c’era», conferma Tinazzi, storico docente a Padova. L’ingresso della settima arte nelle accademie era stato a lungo in Italia un’esigenza diffusa, a partire dalla tesi di laurea discussa a Padova nel 1933 da Francesco Pasinetti nell’ambito della Storia dell’Arte. Ma nonostante i dibattiti e i convegni successivi, tale esigenza fu inizialmente soddisfatta in pochi casi isolati. Una nebulosa che troverà un approdo stabile solo dai primi anni’60 a Pisa e Roma con i corsi di Luigi Chiarini (come risulta dal recente volume “Dallo schermo alla cattedra. La nascita dell’insegnamento universitario del cinema”, Carocci, 2016).
In questa luce, il corso di Ranieri su Antonioni si conferma dunque pionieristico, anticipando addirittura di un decennio l’insegnamento a Trieste, che fu tra le prime cattedre nel 1969 con docenti di grande rilievo, da Lino Micciché ad Alberto Farassino. Nel 1976 fu incaricato lo stesso Ranieri, che però nemmeno iniziò per la malattia che lo portò alla morte due anni dopo.
Nel frattempo Ranieri, oltre all’autorevole attività di critico (sua la prima monografia del “Castoro” su Ingmar Bergman), aveva avuto anche un’interessante attività di poligrafo e narratore. Del resto anche Kezich e Cosulich erano stati scrittori e sceneggiatori oltre che critici, confermando la specifica creatività narrativa triestina.
Una sorpresa è stata la riscoperta, nel 2013 da parte del festival triestino “I mille occhi”, dei romanzi western per ragazzi di Ranieri che – sotto pseudonimo – aveva scritto dal’60 al’64 e dal’66 al’72 per la collana “I sentieri del West” curata da Kezich e Roberto Leydi per l’editore milanese Amz (vi scrissero anche Tullio con la moglie Lalla).
Una produzione letteraria (magari da rieditare, come la dispensa universitaria su Antonioni) di questo misconosciuto Salgari nostrano, con situazioni e personaggi classici da “Sfida all’OK Corral” a “Davy Crockett” fino a “Calamity Jane”. E Tino Ranieri aveva collaborato in precedenza anche alla memorabile e pionieristica antologia critica del 1953 “Il western maggiorenne”. Mentre un’ottima antologia dei suoi scritti sul cinema si intitola “Nostro cinema quotidiano” , e fu curata nel 1986 da Annamaria Percavassi.
Ma come fu quel suo corso universitario su Antonioni, per chi ebbe la fortuna di seguirlo? Sicuramente emozionante, a scorrere il dipanarsi delle argomentazioni di Ranieri. Si sofferma inizialmente sui documentari, tra i quali “Gente del Po” (1947), e poi sugli esordi nei lungometraggi. Il critico osserva che nei primi film ( “Cronaca di un amore”, 1950; “La signora senza camelie”, 1953; “Le amiche”, 1955) l’apporto di Antonioni si andava precisando sia per l’analisi che proponeva di un ambiente sociale, quello borghese (che il nostro cinema del dopoguerra non aveva direttamente affrontato), sia per l’attenzione allo stile, avvertito come elemento determinante di rinnovamento. In particolare Ranieri sottolineava originalmente il legame di Antonioni con la sua formazione neorealista. Anche se i nuovi personaggi in campo frequentavano i salotti, guidavano automobili di lusso e indossavano smoking o pelliccie, lo spirito neorealista di denuncia e di amarezza permaneva. Questo aspetto si notava già nel titolo stesso “Cronaca di un amore”, dove la parola “cronaca” svelava per Ranieri l’approccio neorealista, accentuando il contrasto con la parola “amore”, che veniva così spogliata di tutta la sua connotazione romantica.
Nei film che seguirono, questa interpretazione del nucleo tematico di Antonioni sembra riproporsi e confermarsi. Ranieri sottolinea ancora il permanere della crisi del rapporto intersoggettivo (della coppia, in particolare), che fa emergere la “malattia dei sentimenti” , la dissoluzione della speranza e il peso di un tempo estraneo al soggetto (in particolare ne “Il grido”, 1957).
In questo studio antesignano di Ranieri la sintonia culturale con Antonioni sembra totale, e i giudizi sono illuminanti ( “’Cronaca di un amore’è un film accuratissimo, impietoso e diritto”). Il triestino Ranieri e il ferrarese Antonioni, entrambi giovani critici di provincia sotto il fascismo, avevano bazzicato cinema e librerie di periferia, avevano probabilmente amato gli stessi film e libri, avevano sognato le stesse fughe. Parlavano insomma la stessa lingua.
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