I due operai Massimo e Valentino pensano alla rapina in cerca di riscatto

Valentino e Massimo sono amici da sempre. Lavorano come operai alla Filati Dolomiti, fabbrica della pedemontana veneta a un passo dalle Dolomiti, immersi in un paesaggio fatto di capannoni e ditte artigianali sfiancate dalla crisi. Cinquantenni con molti rimpianti alla spalle e poche speranze per il futuro, si barcamenano come possono cullandosi nei ormai perduti, tra un matrimonio fallito (Valentino) e una sfilza di amorazzi a tempo (Massimo). I due amici, ciascuno a suo modo, rappresentano la “pancia” dell’Italia, quelle esistenze di periferia strette fra recessione, cassa integrazione, tagli e mobilità volontaria. Una realtà dove «le cose ce le rubiamo l’un l’altro: il tempo, la pazienza, la fiducia, il buonumore, l’ombrello, la vita». Disilluso e depresso il barbuto Valentino, energico e rabbioso il pelato Massimo, i due operai amano fare lunghe camminate nei boschi della Valdisasso per scrollarsi di dosso l’apatia di una quotidianità ingenerosa. Meta prediletta dei loro vagabondaggi è Monteparadiso, un agriturismo «in una radura ampia al centro di una faggeta che d’autunno diventa rossa». Sarebbe molto bello, pensano i due, mollare il lavoro alla Filati Dolomiti, comprare l’agriturismo e tornare alla terra, alle cose semplici, alle tradizioni della montagna. E dire che il titolare sarebbe anche disposto a vendere. Prezzo: trecentomila euro. Già, ma dove trovarli tutti quei soldi, con il loro misero stipendio? Massimo lo sa: in un edificio dismesso che un tempo faceva parte della loro fabbrica ha aperto una ditta orafa, “Ora Oro”, che - è venuto a sapere Massimo - in un locale sotterraneo conserva quantità di oro antico: anelli, collane, bracciali e altri preziosi di non certificata provenienza. Massimo conosce il locale avendoci lavorato in passato, e sa che è collegato alla loro fabbrica da un dimenticato cunicolo fognario. Così i due operai mettono a punto un piano perfetto per rubare quanto necessario a comprare l’agriturismo. I “soliti ignoti” si mettono al lavoro. Pianificano la strategia e preparano le attrezzature necessarie. Tutto fila liscio , mentre si avvicina la data del colpo. Ma un giorno, sulla corriera che lo porta al lavoro, Valentino conosce una giovane cinese, Yu. Se ne innamora, e da quel momento un dubbio si insinua nel suo cuore: va bene la rapina per avere una vita migliore, «però anche fare un lavoro quieto canticchiando una canzone d’amore pensando a Yu non è male, e di sicuro è molto più di quanto abbia avuto in tanti anni». Così Valentino decide di ritirarsi, non vuole più rubare l’oro. Ma Massimo non è d’accordo...
Romanzo di atmosfere montane riconducibile a quel filone narrativo che da Mauro Corona porta a Paolo Cognetti - con un occhio alla narrativa di Volponi - il nuovo libro di Antonio G. Bortoluzzi, “Come si fanno le cose” (Marsilio, pagg. 214, euro 16) attinge alla migliore tradizione tragicomica nostrana per dare una rappresentazione vivida di quelle frange del Belpaese dove futuro fa rima con paura. Con una scrittura spigliata che si porta dietro il bagaglio espressivo di chi si è formato negli anni Settanta tra eroi a fumetti e cantautori arrabbiati, Bortoluzzi costruisce un racconto ilare e struggente, dove in filigrana sembra già di vedere un film con Claudio Bisio nei panni di Massimo e Lino Guanciale in quelli di Valentino. Con in più l’idea robusta di credere ancora in un presente dove «essere insieme, di nuovo, parte di qualcosa». —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








