“I luoghi e i sensi” di Santese riflessione in versi sul presente
Si intitola “I luoghi e i sensi” (Battello editore, pag. 157, euro 18,00), l’ultima raccolta in versi di Enzo Santese. Un titolo piuttosto evocativo, in grado di anticipare la lettura dei testi. Perché appunto il critico e autore triestino focalizza il suo occhio sul paesaggio, quasi mai definito per se stesso, piuttosto dimensione di incontro e di scambio. I luoghi hanno una loro storia e una loro memoria, prospettiva che si esplicita in modo differente nelle cinque sezioni. Nella prima ecco il paesaggio assumere un contesto politico e sociale insieme. Arrivano da lì le sensazioni, quelle di un mondo refrattario all’incontro, all’accoglienza, come osserva Enrico Grandesso in prefazione: «Lo sgomento per un presente ora retoricamente tronfio – tra fake news e romanzi altisonanti – ora drammaticamente cinico nel rivelare la ripresa ancestrale di un sentire razzista, esempio di lampante pochezza umana e di nitida decadenza, assai difficilmente spiegabile in una nazione, quale l’Italia, che fino a pochi decenni fa ha inondato il mondo di emigrati». Riflessione che prende corpo nella pagina dove i diversi ambienti e i viaggi fatti per attraversarli, evidenziano un’urbanità sempre più debole, “contaminata da esseri che parlano/la lingua della sofferenza”. Così il mare è luogo di transizione, paesaggio tetro e labirintico, gravido di “onde perfide”, più spesso luogo del dubbio, dell’incertezza perché: “tutto è lontano da ragioni/di chi naviga e galleggia a fatica/su timone incerto e senza radar”. Insomma tutto è proiettato alla denuncia di un’Europa poco avvezza all’ascolto di un presente che fa paura per “compagnie d’uomini sospetti”. Il dramma dei migranti appunto. Più lieve la seconda parte della raccolta e per levità del paesaggio conseguono sensazioni leggere, legate all’ambiente e alla memoria, ma dal tratto più esistenziale. Un climax più pacifico, votato al ricordo di segni e volti legati a persone care e amate. Ma non solo. Non si può ignorare infatti l’energica attività critica del poeta. Ecco allora farsi avanti una serie di cammei, immagini tese a tracciare il profilo di grandi autori, da Umberto Saba a Emily Dickinson a Cristina Campo, poetessa molto amata da Santese, qui evocata (anche) in una particolare sovrapposizione con Dickinson e dove spesso il tratto umano viene associato anche alle stagioni. Dice bene infatti Marta Celio in postfazione: «Una Natura non sempre generosa ma alla quale il poeta dà voce grazie anche alla parola luminosa e “rosa” di Cristina Campo e alla limpidità dell’ispirazione dickinsonana». E lo ripete lo stesso autore, “È luce la parola detta” e nella luce si esplicita la parola scritta purché sia onesta. E onestamente umana. —
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