Il cinema di Casiraghi è un’arte del reale a difesa di ogni società

la recensione
Viene presentato oggi alle 17 alla Mediateca. GO “Ugo Casiraghi” del Palazzo del Cinema-Hiša Filma di Gorizia, la tesi di laurea in Estetica scritta e discussa proprio da Ugo Casiraghi nel 1947, dal titolo “Il realismo nell’arte cinematografica” (pagg. 134, Euro 12, 00). Pubblicata da La Nave di Teseo e proposta nella sezione “Pagine di Cinema” del 38° Premio Amidei, questa straordinaria pubblicazione curata da Silvio Celli – dottore di ricerca in Cinema all’Università degli Studi di Udine, già collaboratore della rivista “Bianco e Nero”, dal 2008 consulente scientifico dell’Associazione Palazzo del Cinema – arriva oggi a noi a testimonianza dell’urgenza con cui Casiraghi guardava al mondo del cinema fin dalla prima adolescenza. E sempre oggi, alle 21.15 al Parco Coronini Cronberg, si terrà la consegna del 38° Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura “Sergio Amidei”.
Tornando al libro, nato a Milano nel 1921 e morto a Gorizia nel 2006, il giovane critico Ugo Casiraghi si avvicinò alla settima arte iniziando nel 1936, a soli quindici anni, la compilazione di quaderni in cui annotava minuziosamente una serie di dati relativi ai film visti giorno dopo giorno. Nello stesso anno fu la co-direzione di un giornalino scolastico dattiloscritto, “Il Giornale della 5a B”, ad attrarre la sua attenzione e a far emergere quelli che sarebbero diventati gli obiettivi distintivi della sua lunga carriera: avvicinare il grande pubblico all’arte cinematografica così descritta attraverso le sue stesse parole: “Principalmente nel cinema, bisogna affermarlo decisamente sta la salvezza del nostro secolo artistico. Ecco che con lui sono ricostituiti gli essenziali valori della narrazione, della descrizione esterna della fantasia. Valori tipicamente italiani, perché noi non conosciamo poeta più schiettamente italiano dell’Ariosto. Io credo che il pubblico si debba continuare a trattarlo bene. Armiamoci di pazienza e indichiamogli i film buoni e mettiamogli fra le mani riviste appropriate e libri succosi e facili sull’argomento. Non dubitate che presso le Università nasceranno le cattedre di storia del cinema, e che la primitiva laurea di Pasinetti si amplierà nelle variate discussioni dei più importanti argomenti, dei più urgenti ideali. Non dubitate che si arriverà alla fine, tutti, a parlare di cinema come si parla di pittura e di letteratura e di teatro”.
Una tesi dunque che nella forma e nel contenuto si prefigura come un volume maturo nel quale Casiraghi rilegge mezzo secolo di storia del cinema senza esitazioni, senza tentennamenti. Irrinunciabile per comprendere a fondo la formazione del giovane critico l’introduzione al volume di Silvio Celli nel quale con puntualità vengono ripercorsi gli anni del liceo, glia anni passati al fronte di guerra e il periodo nel campo di concentramento per arrivare al biennio 1946-47. “È proprio nel biennio 1946-1947 - nota Celli - che si manifesta, con tutta evidenza, l’uomo nuovo Casiraghi. Colui che torna in Italia dopo un periodo quasi ininterrotto di tre anni all’estero è un individuo profondamente segnato e trasformato dalla guerra e dalla prigionia, è un intellettuale che ora sente vieppiù crescere in sé il bisogno di partecipare attivamente alla vita sociale e politica del paese, facendo della battaglia per un cinema di qualità un terreno attivo di lotta nell’ambito del più ampio confronto per il rinnovamento radicale della società». «Sono - scrive ancora Celli - dunque questi gli anni dell’iscrizione al Partito comunista italiano e dell’organizzazione, nel 1946, del festival del cinema sovietico al cinema Alcione di Milano. L’anno successivo, quello in cui Casiraghi discute la tesi, segna, per tanti aspetti, la svolta definitiva che orienterà la sua vita: ottiene l’iscrizione al Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani (tessera n. 79) e comincia in forma stabile la collaborazione col quotidiano “l’Unità” (edizione milanese) e con il periodico del Pci “Il Calendario del Popolo”».
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