Il cowboy recita se stesso alle prese con il compito di domare la vita

Tra documentario e realtà, “The Rider - Il sogno di un cowboy” ha inizio con un incontro, quello tra la regista Chloé Zhao e il giovane Brady Jandreau, cowboy e indiano insieme, nella riserva indiana di Pine Ridge, durante le riprese del suo primo film (“Songs My Brothers Taugh Me”).
Tratto da una storia vera, interpretato dai reali protagonisti delle vicende narrate, dunque da attori non professionisti, il film racconta la storia di Brady (Brady Blackburn nella finzione), un addestratore di cavalli selvaggi delle Badlands, regione del South Dakota. Stella nascente del rodeo, a causa di un grave incidente a cavallo, Brady apprende di dover rinunciare alla sua carriera. Circondato dai suoi affetti, una sorellina affetta da sindrome di Asperger e un padre piegato dal lavoro e dal gioco d’azzardo, il ragazzo dovrà cercare una nuova ragione di vita in un Paese che non fa sconti.
Gran parte del fascino del secondo film firmato da Chloé Zhao deriva proprio dalla verità dei fatti narrati e da quella riserva in cui è nato e cresciuto il protagonista. Un cowboy Lakota che rappresenta un’intera comunità costituitasi attorno alla passione per i cavalli, dove si cavalca ancora indossando piume sugli Stetson in onore degli antenati.
Le esistenze mancano di colore, forse per questo il film fotografa i paesaggi sublimi che fanno da sfondo sempre all’alba o al tramonto. L’epoca d’oro del western è finita, ci suggerisce la regista cinese trapiantata a New York. Brady incarna le illusioni perdute e i tormenti del suo popolo. La pellicola non contempla mai scene di galoppo, se non in sogno, le cavalcate eroiche appartengono al passato e le terre rappresentate ora sono in pieno naufragio. Una società in bilico tra il vecchio e un nuovo che stenta ad arrivare.
Ci sono molti sottotesti in questa favola contemplativa, osannata dalla critica e apprezzata dai festival. Ci sono tutti quelli che restano fuori dal sogno americano, c’è dunque una dichiarazione politica, tutta l’inadeguatezza degli Stati Uniti, e non solo, ad offrire un piano inclusivo alla gioventù indigente.
“The Rider” è anche un viaggio interiore, una storia di accettazione e di crescita, di presa di coscienza della realtà, di redenzione. Un percorso intimo e introspettivo, dai tempi e dalle inquadrature dilatate, che ha bisogno della nostra pazienza. Ma alla fine racconta un processo che chiunque ha almeno una volta affrontato nella vita, comunicandolo con forza inedita. Merito di Brady, che sa esattamente cosa il film vuole comunicare, permettendoci una totale immedesimazione, nonostante la lontananza apparente tra le sua e le nostre esistenze.
Dolce, commovente, epica è la regia. Fredda e cupa la fotografia, per meglio rappresentare le incertezze dei protagonisti. La marcia in più è offerta anche da uno sguardo femminile, peraltro non americano, su un mondo fortemente maschile. Uno sguardo che si sposta con coraggio dal “loser” protagonista ai tanti personaggi minori, dalla sorella al padre, all’amico Lane, devastato da un incidente da rodeo. Tutti protagonisti di questa storia dai tratti fortemente universali, pluripremiata alla Quinzaine des Rèalizateurs di Cannes e vincitrice del Premio come Miglior Film della National Society of Critics. Un ritratto ruvido, autentico e commovente. Onesto e bellissimo. —
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