Il libro troppo intelligente che mai Stelio Crise riuscì a farsi pubblicare

di Mary B. Tolusso
Una specie di Bobi Bazlen buono. Così l'ha definito Claudio Magris nel volume "Stelio Crise. Relazioni e corrispondenze". Una sintesi che coniuga gli elementi chiave della personalità di Crise, nato esattamente cento anni fa, l'11 novembre del 1915. Scomparso nel 1991.
Innamorato delle lettere e ancora di più dei suoi artefici, questo fu Crise. Una vita spesa a promuovere gli altri, a discapito del proprio lavoro. I libri, appunto, nutrivano la sua esistenza di bibliotecario e di uomo. Perché i libri bisogna anche saperli leggere, non è questione di numeri, per acquisire quella sensibilità che ti fa entrare nelle parole più che nelle cose.
Ce ne parla il figlio, Stefano Crise, che da sempre si occupa della sua opera e che da vicino ha appreso virtù e difetti del padre.
«Una virtù era indubbiamente la generosità senza confini», dice Stefano Crise. «Se devo pensare a un difetto mi viene in mente una profonda insicurezza, forse collegata all'aspetto altruista, portare avanti molti progetti non facilitava il suo impegno di scrittore».
Possiamo dire che Stelio Crise per primo a Trieste ha aperto le biblioteche a tutti?
«Sicuramente, già a partire dal primo incarico, quando assunse il ruolo di direttore della Biblioteca Generale universitaria. Siamo negli anni '50 e lui ha il coraggio di mettere in atto alcune norme che erano già attive in Europa: prolunga l'orario di apertura fino alle 22.30, usa il doppio catalogo, per nomi e per argomenti, quindi dà all'università triestina dei repertori internazionali. Negli anni '60, quando diventa direttore della Biblioteca del Popolo, concepisce l'apertura di alcune sedi staccate a Ponziana, Valmaura, Muggia. Inventa il bibliobus per il prestito, portare i libri nelle sedi richieste, ricordo che alcuni testi venivano consegnati anche nelle caserme su prenotazione dei militari».
Suo padre ha combattuto per l'italianità, ma sempre fuori dai luoghi comuni, piuttosto aperto all'integrazione con una cultura europea.
«È sempre stato contrario a ogni tipo di municipalismo. Era il motivo per cui si arrabbiava molto con certe mentalità incancrenite. Basti pensare che subito dopo il ritorno di Trieste all'Italia, teorizza e scrive intorno alla nascita di importanti istituzioni culturali slave, proprio per aprire la cultura a est. Vedeva oltre, è difficile catalogarlo da un punto di vista politico, ma aderiva a una cultura europea aperta, senza confini e senza muri. Quindi aveva grandi amicizie, ma anche grandi incomprensioni».
Per certi aspetti un anticonformista. Qual è stato il prezzo?
«Per questo lavoro di regista di una cultura senza confini, nel '75 è stato costretto a un trasferimento immediato a Venezia. Ha dovuto accettare questo distacco, proposto sotto forma di promozione, in realtà il tentativo di recidere ogni legame con la sua città. Ci sono diverse persone che hanno esaminato questo "avanzamento di carriera”. Biagio Marin senza mezzi termini disse che il potere di allora si era infastidito della sua eccessiva esuberanza culturale. E siccome Stelio Crise era di difficile gestione - non rient. rava in canali rassicuranti - venne mandato in questa sorta di esilio».
Le relazioni privilegiate infatti erano con i poeti. In particolare penso proprio a Marin…
«Marin, Ungaretti, Montale, Pasolini, esistono i carteggi. Con Marin ci fu un'affinità particolare, un legame profondo anche per questioni biografiche: Marin aveva perso un figlio e Stelio Crise non aveva mai conosciuto suo padre. Si è battuto tutta la vita per la valorizzazione delle sue poesie. Erano anche due caratteri completamente opposti per cui mio padre ogni tanto scappava da questa relazione. Frequentò molto il salotto di Anita Pittoni diventando amico di tutti i celebri autori triestini».
A questo proposito c'è un archivio fotografico formidabile, speriamo presto fruibile in una mostra.
«Con Max Schiozzi dell'associazione Cizerouno, negli archivi della Biblioteca Stelio Crise abbiamo scoperto una ventina di album fotografici che documentano le sue mostre bibliografiche alla Biblioteca del Popolo. È straordinaria la presenza di tutti i nomi della cultura triestina, le immagini ci restituiscono un giovane Magris e poi Mattioni, Tomizza, Nordio, Perizi e molti altri. Siamo andati a cercare documenti anche in Fototeca, perché mio padre commissionava dei servizi fotografici per ogni mostra, trovando oltre mille foto».
Dall'amicizia con il fratello di Joyce, Stanislaus, nasce invece la sua opera più importante.
«Indubbiamente da quell'amicizia è nato l'interesse di mio padre per l'Ulisse, da cui appunto la sua opera: "Epiphanies and Phadographs". È interessante anche la corrispondenza con la vedova Nelly Joyce, in cui si capisce come mio padre tenti di portare a galla tutti i possibili documenti per fare emergere una cosa che allora non era ancora stata fatta, e cioè l'influenza di Trieste nei primi capitoli dell'"Ulisse". Ma anche in questa operazione fu criticato perché non era un accademico».
E che mi dice della "Tela di Penelope", il suo romanzo inedito?
«Fu il suo passatempo quando andò in pensione. Aveva affittato quello che lui chiamava "il pensatoio", in via Crispi, lì studiava, incontrava amici e scriveva. Aveva già un contratto con Longanesi, ma il romanzo fu interrotto molte volte per portare a termine altri progetti. È un romanzo storico, ambientato tra la Sicilia e New Orleans. Si tratta di vicende minime e personaggi ricorrenti, è incompleto ed è difficilissimo ricostruirne la struttura».
Per questo non l'ha ancora pubblicato?
«È un gioco dotato di un meccanismo affascinante, ma è di difficile collocazione. L'aveva letto Cesare De Michelis di Marsilio, concludendo che era un romanzo troppo intelligente per essere pubblicato. Quindi attendiamo eventualmente qualcuno lo consideri meno intelligente».
E in famiglia Stelio Crise com'era?
«Un padre appassionato, ma con un'idea di educazione asburgica a volte terribile. Ricordo che noi tre fratelli eravamo costretti a vestirci con gli stessi abiti, tutti uguali. Ci obbligava a salutare con un rituale bizzarro: bisognava dare la mano, abbassare gli occhi e contemporaneamente alzare il berretto. Sembravamo tre stupidi soldatini. Questa cerimonia piaceva tanto a Biagio Marin. Per il resto era davvero affettuoso».
Suo padre ha vissuto una sorta di periodo d'oro della cultura triestina. Oggi riuscirebbe a integrarsi in uguale modo?
«Credo di sì, per quella propensione naturale che aveva verso i giovani. Avrebbe apprezzato, per esempio, il progetto della Mediateca pensato per il Salone degli Incanti. Gli piaceva il futuro».
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