Il pallone finisce sullo schermo da domani c’è il calcio al cinema

Una mini serie di film a Palazzo Gopcevich legata al Campionato europeo Under 21 da “L’allenatore nel pallone” di Sergio Martino a “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino 



Sei dell’Inter? Allora devi soffrire”, dice il carabiniere al piccolo nel “Ladro di bambini” (1992) di Gianni Amelio. Oppure: “Che ha fatto la Roma?”, chiede l’intellettuale Jean-Louis Trintignant, ricoverato in manicomio, ne “La terrazza” (1980) di Ettore Scola.

Il cinema italiano, ma anche quello internazionale, ha catturato spesso brandelli di calcio, in un legame che unisce da oltre un secolo i due intrattenimenti più popolari al mondo. Su questo tema è interessante riflettere oggi che Trieste – patria di uno degli allenatori più popolari al mondo, Nereo Rocco – è città ospitante della fase finale campionato europeo Under 21. L’occasione ha prodotto anche una cinerassegna con un titolo lapidario che sembra suggerito da Vujadin Boskov, “Calcio è calcio”, realizzata dal Comune con la Cappella Underground, che comincia domani, alle 17.30 a Palazzo Gopcevich, e oggi viene presentata nella conferenza stampa generale.

Hollywood ha dato allo sport decine di capolavori. Cinecittà è stata più pigra col pallone di cuoio. Forse perché il calcio è meno cinematografico di quel che appare. Forse perché dribbling, colpi di testa e di tacco hanno una fotogenia legata più alla storia della partita che alla regia d’autore. Forse perché nel nostro Paese schermo e calcio, prima di Berlusconi e Cecchi Gori, erano mondi abbastanza contrapposti. Sia come sia, il cinema italiano all’inizio si è maggiormente focalizzato sul fenomeno sociale, usando il calcio per raccontare manie e bassezze del nostro Paese, più che raccontare il mondo sportivo (i film sull’”ambiente” sono recenti e si contano sulle punta delle dita, dall’”Allenatore nel pallone” di Sergio Martino, in cartellone al Gopcevich, a “Ultimo minuto” di Pupi Avati, fino a “L’uomo in più” di Sorrentino, anch’esso in rassegna).

Negli anni ’30, il primo film italiano a scendere in campo è “Cinque a zero” di Bonnard, ispirato a una clamorosa vittoria della Roma sulla Juve. Si parla di gol e aree di rigore, ma soprattutto d’amore e baruffe familiari. Come negli altri film calcistici dei telefoni bianchi, da “La famiglia Brambilla va in vacanza” a “La contessa di Parma”.

Il neorealismo, che documenta principalmente il Paese ferito, sfiora soltanto il calcio attraverso citazioni e sgangherati campetti di periferia. Ma in “Ladri di biciclette” padre e figlio si riappacificano dopo un litigio parlando del Modena. Con il neorealismo rosa i riferimenti aumentano, perché il calcio aiuta a sognare. In “Un giorno in pretura” di Steno, il figlio di De Filippo diventa ricco con i piedi, a differenza del padre travet: “Tirando calci guadagna pacchi da mille a centinaia”.

Ma in generale il cinema d’autore più impegnato si è interessato poco del pallone. Molto di più hanno fatto gli autori della commedia all’italiana. Nella loro analisi impietosa della nostra società, lo stadio ha un ruolo importante perché occupa stabilmente la mente del cittadino medio, schiacciato tra le angustie della famiglia e i sogni di gloria. L’esempio principe è offerto dal Gassman de “I mostri” di Risi, che se ne infischia della moglie e quasi muore di infarto sugli spalti al gol giallorosso.

Più tardi, registi postmoderni come Moretti o Salvatores usano il calcio come memoria. Sono stati bambini con la “Domenica sportiva” e con le figurine Panini, e danno la stura ad amarcord quali “Italia-Germania 4-3” e “L’estate di Bobby Charlton”, o a partite surreali nella quotidianità, come quelle di “Tre uomini e una gamba” e “Mediterraneo”.

Ma al calcio si dedicano anche autori internazionali. E se è comprensibile il bellissimo documentario del brasiliano Joaquim Pedro de Andrade “Garrincha-Alegria do Povo” (1963), sono sorprese gradite quelle dei poco latini John Huston (“Fuga per la vittoria”, 1981, con Pelè) e Wim Wenders (“La paura del portiere prima del calcio di rigore”, 1971).

Al vero cinefilo, però, ogni partita in fondo può sembrare un film di Hitchcock: poltrona, due ore di spettacolo, tanti colpi di scena, tanta suspense e nessuna certezza fino al fischio finale. —



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