Il professor Bentivoglio riceve

Da mercoledì al Rossetti il testo di Stefano Massini con la regia di Michele Placido
Di Roberto Canziani

Tutte le settimane, il giovedì, dalle undici a mezzogiorno, il professore Ardeche riceve le famiglie dei suoi alunni. Genitori che vengono a informarsi, espongono le loro istanze, portano rimostranze. Parlano dei propri figli, iscritti alla scuola media di Les Izards, periferia di Parigi. Un atlante di provenienze: arabi, africani, asiatici… Classi con l’80, il 90 percento di ragazzini non francesi. Banlieu: quei luoghi che da qualche anno i media ci raccontano come bombe pronte a esplodere. E che talvolta esplodono. Ogni giovedì il professore Ardeche riceve. “L’ora di ricevimento”, scritto da Stefano Massini e con la regia di Michele Placido, va in scena al Rossetti da mercoledì a domenica 5 marzo. Il Professor Ardeche è Fabrizio Bentivoglio. I suoi 13 alunni non si vedono, ma è facile immaginarseli, nel vivido catalogo che l’insegnante enuncia all’inizio dello spettacolo. Ci sono invece i loro genitori, un'umanità assortita dai fenomeni migratori, e oltre la vetrata, il grande albero che segna lo svolgersi dell’anno scolastico e delle stagioni.

Massini, un lavoro teatrale che racconta l'immigrazione attraverso il filtro della banlieu parigina e quello della scuola.

«Non solo l'immigrazione. È vero che il mio lavoro nasce dall’incontro con un'insegnante francese che mi ha permesso di toccare con mano quel che succede oggi in una classe multietnica. Lo ha fatto con tutta la varietà dei racconti e degli aneddoti che solo gli insegnanti possono collezionare. Alcuni davvero drammatici, altri decisamente ironici e divertenti. È inoltre vero che, gli anni della scuola media, io li ho passati in un paesino alla periferia di Prato, in una classe di venti alunni di cui 12 erano cinesi».

Ma è vero anche che, oltre questo aspetto, lo spettacolo affronta un secondo tema cruciale.

«Non è un caso che quella professoressa e il mio professor Ardeche, insegnino materie letterarie, cultura umanistica. Lì in Francia, Rousseau, Voltaire, Baudelaire. Da noi potrebbero essere Foscolo e Manzoni. E li insegnino a ragazzi che per questioni non solo di etnia, ma di generazione e di crescita, su quell’insegnamento non si possono sintonizzare, perché non condividono nulla di quanto sta nel codice culturale e di valori di quegli autori».

Il declino della conoscenza umanistica.

«C'è stato un momento in cui possedere strumenti culturali (penso alla grande lezione di don Milani) rappresentava qualcosa di fondamentale, un motivo di distinzione dalla massa. Oggi non è più così. Tutto ciò che è umanistico sconta grossi problemi e la classe insegnante non ha più strumenti per essere autorevole».

Vogliamo dare la colpa a internet, alla tecnologia?

«Hanno avuto il grande merito di semplificare la vita di ogni giorno. Ma ci hanno anche portati a un eccesso di facilitazione. Il nostro divano diventa la sede dalla quale poter fare ogni cosa, con uno smartphone, senza sforzo. Il frutto è stata una generazione di "sdraiati". Qualunque cosa raggiunge questi ragazzi prima ancora che pensino alla fatica che ci vuole per raggiungerla. Leggere Dante è bello perché è complesso. Ma lo sforzo per accedervi, adesso, viene rifiutato. La tecnologia ha sempre avuto come conseguenza la scomparsa di alcune professioni. Oggi è una questione di velocità: penso che la nostra società non sia in grado di stare dietro alla velocità con cui sta cambiando».

La scuola ne diventa lo specchio: anzi la lente.

«In quell'ora di ricevimento si riversa di tutto: luoghi comuni, improvvisi colpi di scena, riflessioni spiazzanti, colpi emotivi. Io metto in scena la realtà, e do un quadro d'inferno della scuola».

Per niente edificante.

«Faccio tutto fuorché raccontare la scuola come la raccontava "L'attimo fuggente". Il personaggio interpretato da Bentivoglio è l'opposto di Robin Williams che motiva i propri ragazzi e illumina loro la via. Il mio Ardeche è depresso, disilluso, non ha più stimoli, dice cose mostruose sui suoi allievi e sui loro genitori. Protagonista urtante, irritante, di un testo che non vuole essere buonista. Sono contento che nel corso delle repliche Fabrizio non si sia affezionato al suo personaggio e non ne abbia cavato fuori lati migliori. Scrivere per me è una sfida. Se un testo non oppone resistenza a luoghi comuni e situazioni trite, meglio lasciar perdere».

Lo dice proprio adesso che i suoi Lehman Brothers, già messi in scena da Luca Ronconi, stanno per debuttare a Londra con la regia del premio Oscar Sam Mendes, quello di "American Beauty".

«Non è solo una soddisfazione personale. Che un autore italiano venga allestito all'estero in una produzione di questa portata, fa bene a tutta la categoria di coloro che scrivono per il teatro».

Poi, da cosa nasce cosa.

«Anche una delle più brave attrici inglesi, una veramente grande, ha deciso di portare in scena un mio testo. In questo momento siamo alla fase contrattuale. Meglio riparlarne a cose fatte».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo