Il tempo imperfetto di Claudio Grisancich diviso tra arte e vita

larecensione
Lo diceva Nietzsche che l'esistenza è in realtà un tempo imperfetto che non diventa mai un presente. I poeti poi ce la mettono tutta per spostarne il baricentro, come se il loro sguardo fosse rivolto costantemente al passato o al futuro. Il presente, insomma, serve quasi sempre come metro di misura, come paragone, come tempo pretestuoso, di gioia o di rimpianto. Claudo Grisancich è senza dubbio un maestro in tal senso, soprattutto quando sceglie la lingua italiana, più essenziale, certo, ma anche più provocatoria. L’avevamo già visto nei suoi “Haiku” metropolitani dove il linguaggio «si carica di corporalità, acquista violenza, materialità, odore», scriveva Senardi in postfazione. Dote, la matericità dei versi, che Grisancich è sempre riuscito a convertire in lirica, qualità piuttosto rara coniugare il realismo in elegia, presente anche nell’ultimo “Les Italiennes” (Trart, pagg. 104, euro 16,00). Una raccolta che si avvale del commento pittorico di Patrizia Bigarella, illustratrice triestina tra i fondatori dell’Art Projects Association, qui in veste di pittrice. Ed è uno strano connubio, raffinato ma anche ossimorico nell’accostamento di due stili, nelle rispettive discipline, molto distanti. Il codice comune forse è appunto certa “matericità”, declinata al tratto lirico dell’evocazione. Resta il fatto che se i validi dipinti di Bigarella sostano in un campo più concettuale, i versi di Grisancich, nell’asciuttezza del dettato, rimangono lineari e frontali. Dice bene Laura Ricci in prefazione, evidenziando come anche in queste “italiane”: «ritroviamo gli oggetti familiari e le semplici cose care al poeta, le situazioni minime da cui da tempo estrae indelebile la poesia». E ci ritroviamo dentro tutti, scolpiti in pochi versi ispirati ai suoi (nostri) accadimenti: l’amore, la famiglia, i tradimenti, l’avvilimento del tempo, la morte, mostrarci i soliti inganni della vita da un’altra prospettiva, più ordinaria, per nulla concettuale, frontalmente evocativa. Un talento attivo da sempre, in tutta la sua opera, la possibilità di declinare l’intimo in collettivo dove passato e futuro diventano porte privilegiate e il presente un pretesto visionario. Come il perfetto controcanto leopardiano dove la siepe si riduce a una finestra e “di là da quella/ interminati/ silenzi/ di chiusi orizzonti”. O ancora se le macchie sul dorso di una mano divengono “grumi illeggibili/ dei nomi di chi ti ha preceduto”. Versi in cui ciò che si vede, ciò che si esprime nella realtà attuale è una soglia prismatica, come in quei macchiaioli dove la forma di una cosa non è creata dal suo profilo, ma dal rimbalzo della luce che colpendo l’oggetto arriva ai nostri occhi sotto forma di colori. E qui i colori sono i ricordi, le corrispondenze, la memoria. Ma il poeta va più in là. Perché se la traccia intima, esistenziale, assume i caratteri di un vissuto comune, il dettato si amalgama anche con la realtà storica, con il vissuto di un’epoca ritratta nelle sue contraddizioni, in ciò che esiste come assoluta beatitudine – l’amore – e in quello che si perpetua come assoluto orrore – la guerra – in un testo come “XX secolo”. O nel ritmo decisamente prevertiano dei “Poeti d’oltre Oceano”. Ma forse il perfetto accordo di un contesto storico che emerge da quadri più intimisti si traduce nella bellissima “Disperato giglio”, ispirata a un testo struggente (“Strinsi le mani sotto un velo scuro”) di Achmatova. Il passato quindi, nella sua doppia valenza storica e intima, viene esaminato da più fronti da un presente che non è così essenziale, se non come lente di ingrandimento verso ciò che è stato o come vedetta di un futuro incerto. D’altra parte non c’è niente di più poetico del rimpianto. O della nostalgia.
Lo stesso passo – la memoria, il rimpianto – alimenta anche il bellissimo “L’anima è tenebra” (Fuorilinea edizioni, pagg. 96, euro 13,00), dei monologhi con cui Grisancich rievoca parti della vita di Manzoni, Leopardi e Cechov. Testi adatti alla recitazione, testi infatti che avevano già trovato spazio nei teatri e infine nelle frequenze di Radio Rai. «Scriverli mi ha dato sollievo», scrive l’autore nelle avvertenze. E si capisce, perché non sono tre profili a caso quelli scelti, ma tre grandissimi autori, sostenuti da una sensibilità complessa. Il merito è proprio questo: Grisancich riesce a comunicare la divisione tra arte e vita, a eliminare ogni possibile confusione evidenziando tutta l’umanità dei tre protagonisti, spesso egoisti benché sofferenti per la loro anaffettività nei confronti degli uomini, al contrario della loro passione per l’arte. —
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