Stefano Nazzi al Rossetti di Trieste: “Così nasce il soap crime”

Il giornalista e podcaster Stefano Nazzi a teatro con il suo spettacolo su misteri e crimini efferati 

Annalisa Perini
Anna Maria Franzoni
Anna Maria Franzoni

«A teatro racconterò la storia di Cristina Mazzotti. Nel 1975 è stata la prima donna sequestrata per denaro in Italia. Venne rapita in Lombardia. Otto giorni dopo avrebbe compiuto 18 anni. Non fece mai ritorno a casa. È una vicenda di cronaca molto dura, che ha segnato l’Italia e in cui riverbera un’epoca del nostro paese, trent’anni di rapimenti, dal 1969 al 1998, con il sequestro di 694 persone, 564 uomini, 130 donne e 30 bambini».

Il giornalista e podcaster di true crime Stefano Nazzi, lunedì 2 marzo alle 21, al Politeama Rossetti, porta a Trieste un nuovo capitolo del suo “Indagini Live”.

Da sempre si occupa di cronaca, seguendo i casi più conosciuti, di maggiore risonanza, ma anche vicende meno note. Online è l’autore di “Indagini”, ai primi posti delle classifiche dei podcast, e di “Altre indagini” per Il Post. Ha pubblicato tre libri con Mondadori. Ha dedicato i due tour precedenti al caso del Circeo e al mostro di Firenze, con il riscontro di oltre 90mila spettatori. Ora, con il caso di Cristina Mazzotti, propone un argomento inedito rispetto al suo lavoro precedente.

Dopo l’appuntamento in Fvg, il 7 marzo sarà in scena anche in Veneto, a Bassano del Grappa al CMP Arena.

Il giornalista Stefano Nazzi (foto Maki Galimberti)
Il giornalista Stefano Nazzi (foto Maki Galimberti)

Nazzi, perché in quel trentennio i sequestri furono drammaticamente così tanti?

«Era un business enorme per la criminalità. Oggi quel tipo di crimine non esiste più perché la legge sul sequestro dei beni e tutta una serie di provvedimenti hanno fatto sì che quel tipo di reato non fosse più appetibile».

Il pubblico dimostra fiducia nel suo modo di raccontare il true crime.

«Parlo di storie di cronaca complesse, spesso in parte sconosciute a un pubblico più giovane, e cerco di farlo nel modo più semplice possibile. Il mio è un linguaggio diverso da quello, spettacolarizzato, a cui oggi, invece, siamo ormai abituati soprattutto a livello televisivo e online. Metto in ordine tanti elementi, per rendere comprensibile anche come si svolsero le indagini e i processi, spiegando delle tempistiche, spesso percepite come lunghe dall’opinione pubblica, che tecnicamente invece dovevano e devono esserlo».

L’attenzione del pubblico nei confronti di certe vicende e una partecipazione emotiva esistono da sempre. Ma negli ultimi tempi cosa è cambiato?

«Anche i social creano un diverso tipo di attenzione e una facilità e velocità di giudizio impressionanti. Entrano in gioco l’empatia, la percezione, l’impressione, dovute anche al tipo di narrazione a cui si è sottoposti. Abbastanza regolarmente ci si convince che le cose siano andate esattamente in un modo. Poi si scopre che, invece, a livello di indagine e di riscontri processuali, stanno in modo diverso. Quando un vero processo in aula non è ancora iniziato è come se fosse già in atto, e quello che accade va anche oltre a ciò che un tempo avremmo chiamato processo mediatico».

In passato lei si è occupato molto del caso di Cogne.

«Ha segnato uno spartiacque nel modo in cui i media hanno iniziato a raccontare la cronaca nera. La televisione entrò persino nella strategia difensiva della persona che allora era sospettata di quel delitto. E oggi si assiste a una sorta di narrazione a puntate, qualcuno la chiama addirittura “soap crime”. Ogni giorno deve portare nuovi elementi, anche se non ci sono, perché tante persone se li aspettano. Ma chi fruisce delle informazioni spesso non ha la possibilità di capire se si tratti sul serio di notizie, verificate, o di annotazioni estemporanee che verranno smentite».

È un peso per le famiglie delle vittime il continuo tornare sulle loro vicende?

«Partiamo dal presupposto che certi dolori, angosce non passano mai. Spesso ricordare la persona perduta è quasi un conforto, anche se può succedere il contrario allorché, dal punto di vista processuale, si credeva di aver potuto mettere un punto. D’altro canto la giustizia, se pensa che ci siano stati degli errori, che ci siano ancora cose da scoprire e dei ragionevoli dubbi, deve andare avanti. Ed è fisiologico e naturale che i media se ne interessino. Certo non si deve mai arrivare alla mancanza totale di sensibilità, come in alcuni casi è avvenuto».

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