La crudeltà di Pasolini, che insiste nel farci domande

Dopo la sua morte, ma in realtà anche prima, lo "scrittore" Pier Paolo Pasolini si è trasformato presto in "personaggio". Scriveva Gianni Scalia in un saggio dell'aprile 1976 (composto quindi pochissimi mesi dopo il brutale assassinio): «Pasolini è diventato di consumo. Si è detto: che è una vittima della società (o del suo "mondo"), che era destinato, pre-destinato, che si era preparato alla morte, come in una "sua" sceneggiatura (funebre, macabra sceneggiatura che soddisfa la società dello spettacolo); che è stato vittima del suo "corpo", della sua "immaturità". È presumibile che se ne faccia un film: come già si preparano fumetti, album di fotografia, calendari di "vizi" (ormai ammessi), libri di edificazione programmata, chiacchiere di scandalo (lecito), vite romanzate; e saggi-verità, bibliografie e filmografie, filologia universitaria...».

La citazione è tratta dal volume di Gianni Scalia, "La mania della verità. Dialogo con Pier Paolo Pasolini", pubblicato dalla casa editrice pesarese Portatori d'acqua (pp. 248, euro 16). Il libro - con un saggio introduttivo di Antonio Prete, a cura di Pasquale Alfieri, Riccardo Corsi, Simone Massa - ripropone il saggio pubblicato da Scalia per la prima volta nel 1978, con l'aggiunta, in un'apposita appendice, di successivi interventi prodotti dall'autore negli anni successivi.

Gianni Scalia (1928-2016), più giovane di sei anni rispetto a Pasolini, aveva conosciuto quest'ultimo a Bologna negli anni della rivista "Officina" (1955-1959). Scrittore, filosofo e critico letterario tra i più poliedrici, Scalia è stato l'ultimo interlocutore di Pasolini: in una lettera datata 3 ottobre 1975 (riprodotta nel volume), il poeta e intellettuale friulano accettava, e anzi incoraggiava, la sua proposta di tradurre «in termini di economia politica», cioè marxianamente, le cose che andava dicendo negli articoli che uscivano sul "Corriere della Sera" (poi raccolti negli "Scritti corsari").

Nel suo saggio Scalia identifica la caratteristica peculiare di Pasolini nello strettissimo, inscindibile rapporto tra l'uomo e le idee: «Le sue idee sono state il suo corpo, la sua esistenza, la sua presenza nella società. Per lui, erano una prova vitale. Molti, forse tutti, consideriamo le sue "idee" datate, o paradossali, o inattuali; inutili per essere "agite", praticate. Ma non per lui: per lui erano scelta e decisione». Scalia "accusa" Pasolini di "crudeltà", un termine che ritorna più volte nel testo: «Pasolini continua a farci domande poco tollerabili, spesso non sopportabili: è, direi, la sua "crudeltà". La crudeltà, rara in un intellettuale italiano, che ci ricorda l'orrore del mondo in cui abitiamo, e a cui siamo abituati (e che non si può trasformare senza crudeltà)». Da questa sua strenua lotta per un autentico cambiamento è scaturita, qualunque sia stata la concreta dinamica dei fatti (per gran parte ancora oscura), la ragione ultima della sua morte. Scrive Scalia: «C'è come un'oscura "ragione" del Potere che fa tacere chi è contro, fuori: o meglio, chi è indifeso "al di dentro"». —



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