La gatta morta Chiara Moscardelli ora è vedova e colleziona uomini

Il sequel del primo romanzo vede Chiara alle prese con uomini quasi  tutti sposati, anaffettivi e pieni di sensi di colpa



La vita da single, a più di quarant’anni, pare davvero faticosa. Una cosa è quando ne hai trenta, di anni, come ci insegnava Chiara Moscardelli in “Volevo essere una gatta morta” (ristampato da Giunti nel 2016). Chi non lo è, gatta morta, ha una vita sentimentale più ardua. Moscardelli aveva già messo in vista il suo talento comico nel 2011, dandosi poi anche al giallo, oltre che al chick lit. Ora ritorna al genere del suo esordio con “Volevo essere vedova” (Einaudi, pagg. 216, euro 17), che sarà presentato alla Libreria Ubik domani alle 18.30 dall’autrice con Chiara Gily.

La protagonista è sempre lei, Chiara, solo che ha dieci anni di più, non ha un fidanzato e va da uno psicoanalista, il dottor Mortimer che svolge bene le sue funzioni di grillo parlante. Perché appunto, tutto ciò che Chiara sa fare è lamentarsi della solitudine, con toni umoristici, beninteso, e vicende che tengono il passo di una scrittura frizzante. Certo ormai la nostra è una donna, alquanto realizzata nel lavoro, non si può dire altrettanto dell’amore. Che fare? Mettersi a caccia naturalmente, nei modi maldestri di cui la protagonista ha già dato prova. Ma al di là delle peripezie di una single simile a Bridget Jones, lo spasso del romanzo sono gli uomini che passano in rassegna, non così lontani dalla realtà, anzi. Perché a quanto pare il maschio eterosessuale che va dai 40 ai 50 non è così originale. Quasi tutti sposati o impegnati e pieni di sensi di colpa nei confronti di mogli, figli o fidanzate. Quindi ecco Andrea, un manager che merita di essere letto se non altro per la sua “precisione” nei gesti biblici, tanto da farlo assomigliare alla pedanteria comica di Elizabeth, la fidanzata del dott. Frederick von Frankenstein. Per poi passare a Fabrizio, l’apice del masochismo, divorziato con rimpianti, padre, e pure vittimista e anaffettivo. Grazie al dottor Mortimer il quadro clinico della nostra è piuttosto chiaro: ripetere l’imprinting di quell’abbandono subito nell’infanzia, magari di un padre, per cui gli uomini selezionati sono tutti in difetto quanto a cure che dovrebbero darti, coazione a ripetere, direbbe Freud.

Il finale, d’accordo, è un po’prevedibile, punta tutto sull’amore che si deve avere per se stessi, ma poco importa. Prima ci sono 200 pagine di autentico divertimento e illuminazioni, come per esempio il fatto che agli occhi di un uomo se hai 45 anni e sei zitella sei vecchia, ma se alla stessa età sei vedova: sei giovane. In realtà i maschietti ne escono un po’a pezzi, ma sono delle vere e proprie muse di illimitata ispirazione. Se hai la creatività e il coraggio della protagonista. —



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