La guerra, le delusioni i libri: nelle lettere dei fratelli Stuparich tutta l’anima triestina

CRISTINA BENUSSI
Pur in tono scherzoso, Giani e Carlo Stuparich riconoscevano che le loro lettere avevano le caratteristiche di un carteggio culturalmente significativo. E dunque da dare alle stampe. Giani, parzialmente e con stralci interni, lo fece nel 1919 e nel 1933, e più recentemente lo hanno riproposto altri studiosi. Quella corrispondenza, in forma integrale seppur relativa solo a un periodo, è stata ora pubblicata come “Lettere di due fratelli 1913-1916”, a cura di Giulia Perosa, con un saggio di Giuseppe Sandrini (Eut, pagg. 307, euro 14). Vi si ritrovano gli elementi distintivi di quella "triestinità" propria della borghesia liberal-nazionale d'allora, erede degli ideali etico-politici mazziniani. Carlo, il più giovane dei due, manifestava grande ammirazione anche per chi, come De Sanctis, Croce e Gentile, esprimeva un pensiero deciso a tradurre l'ideale nel reale e forgiato da un senso del dovere che avrebbe dovuto superare l'interesse dei singoli per mettersi al servizio di un'intera nazione. Tradotta in passione civile, questa convinzione lo spinse poi ad abbracciare una fede nazionalista, seppur non imperialista.
Dalle lettere emergono tuttavia altre inquietudini, che dalla Boemia czeca, la Germania, i paesi nordici spingevano altri giovani, quali Alberto Spaini, Guido Devescovi, Scipio Slataper, tra gli altri, alla ricerca di nuove suggestioni culturali da proporre in Italia, magari attraverso la sua rivista più importante «La Voce» fiorentina. Firenze con i suoi circoli e l'università, dove erano migrati questi ed altri studenti giuliani, era diventata un polo formativo e una palestra dove misurare le proprie forze, prima di ripartire per mete più adulte. Giani dall'estero guidava così il fratello, anche lui arrivato nella città toscana, con consigli pratici, come far passare i bagagli alla dogana; e formativi, invitandolo ad esempio ad avvicinarsi alla letteratura francese, che però Carlo mostrava di non apprezzare, perché slegata da una salda disciplina interiore e dunque priva di dramma. Ma parlavano anche dei loro stati d'animo, di delusioni come quella di Giani per la mancata pubblicazione del suo articolo su Heinrich Kleist, o quella di Carlo che, scontento di sé e del suo individualismo difficile da domare, finiva per esprimere il desiderio di andarsene a Milano, magari a studiare chimica o, piuttosto, di abbandonare i suoi sogni di gloria per fare un mestiere più utile agli altri, l'insegnante. Si scambiavano pertanto opinioni sulla scuola, l'educazione, le filosofie della modernità, la letteratura, con una franchezza che ora viene pienamente alla luce.
In questa edizione, infatti, le lettere sono riportate integralmente, senza gl'interventi censori fatti a suo tempo da Giani, scoprendo così alcune riserve esplicite, a volte contraddittorie rispetto a quanto scritto altrove. Infatti entrambi i fratelli tenevano un diario: Carlo leggeva quello di Giani, considerato la sua guida spirituale, ma lo sconsigliava vivamente dal farne un'autobiografia lirica perché «ci sarebbe anche il pericolo di cascare nel Mio Carso». Aveva infatti confessato di non aver capito il testo di Slataper, venendo però prontamente rassicurato dal fratello: «Il difetto era nel Mio Carso, caro Carlo, e non in te».
Giani proponeva addirittura di fondere i due diari in una forma chiusa, un romanzo sul modello del Wilhelm Meister di Goethe, con un titolo preciso: «Tentiamo! Lettere di due fratelli», appunto. Al di là dei giudizi, e dei progetti culturali, risultano affascinanti anche solo i racconti delle loro esperienze di vita, pagine che hanno tutte i requisiti per diventare un romanzo ricco di personaggi: Elody, la futura moglie di Giani, la sorella Bianca, la madre, gli amici fiorentini e triestini. E le narrazioni delle rispettive esperienze militari, in verità non sempre entusiasmanti, e delle letture fatte nei momenti di sospensione delle operazioni belliche.
La corrispondenza riporta le loro richieste di libri e di indumenti adatti alle temperature invernali, i progetti in vista dei loro incontri, la speranza di trovarsi di nuovo sullo stesso fronte, le notizie sulla salute, la preoccupazione per chi stava a casa. E la comunicazione, asciutta, della morte di Scipio, da parte di Giani, che reagisce al dolore manifestando tutto il suo affetto per Elody: la morte, per lui, è una fuga da «qualcosa che la terra sta germinando qualcosa di così grande che noi non possiamo sopportare» ma che ancora non li riguardava. Carlo si mostra «calmo e fermo», pronto all'addio: «Sono pronto a tutto, fuorché alla piccola vita, e alle cose e piccoli affetti comuni». Così diversi, i due fratelli continuano tuttavia insieme un percorso che li trova uniti fino all'ultima lettera, scritta da Carlo qualche mese prima di darsi la morte sul monte Cengio, per non essere fatto prigioniero dal nemico. È evidente che questa sorta di Bildungsroman scritto a quattro mani contiene già buona parte il materiale che, insieme ai suoi diari, Giani ha poi elaborato nel tempo, con tutto il tormento del sopravvissuto, restituendoci, come aveva capito chi non poteva più dialogare con lui se non nel ricordo, quella complessità «dell'anima triestina più di qualunque altra storia di Trieste negli ultimi anni». —
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