La pianista Natalia Morozova: «A Trieste trovo ispirazione»

TRIESTE. Quale ospite migliore di una moscovita doc e triestina d'adozione per chiudere in bellezza un festival pianistico cittadino dedicato ai compositori russi? Saranno la tecnica e la classe di Natalia Morozova a chiudere domani sera l'ottava edizione del Festival Pianistico Internazionale organizzato dall'Associazione Il Concerto in collaborazione con Bonawentura. Appuntamento anche questa volta “doppiato” in una prima serale, domani alle 21 al Teatro Miela di Trieste, e in una replica a ingresso libero domenica alle 11 a Villa Attems di Lucinico (Gorizia), che ha aperto per la prima volta la scenografica dimora al pubblico musicale. La rassegna diretta da Riccardo Radivo e Chiara della Porta giunge così a destinazione proponendo per il gran finale un'artista di levatura internazionale. Già vincitrice del concorso Nikolay Rubinstein di Mosca, Morozova oltre alle riconosciute capacità interpretative vanta anche una mente aperta e uno spirito sperimentatore che mette in pratica nella nuova veste di direttore artistico del Festival di musica classica a Valenza, in Francia.
Come è capitata a Trieste scegliendo poi di restarci a vivere? Non le sta stretta?
«Il primo contatto - risponde Morozova - è stato nel 2000, come vincitrice di un concorso organizzato da Generali a Roma; poi una serie di circostanze hanno fatto in modo che mi fermassi. Stare a Trieste mi aiuta a ricaricarmi, quando torno dai miei impegni in giro per il mondo. È una città che mi permette di ritrovare la mia centratura, anche grazie al mare che amo molto».
Quest'anno il festival ha scelto di celebrare il pianismo russo che la vede riconosciuta rappresentante e interprete. Cos'ha di così speciale?
«Il tratto principale di questo tipo di pianismo è riuscire a portare alla luce lo spirito, il contenuto e l'essenza della composizione. Anche la parte tecnico/virtuosistica è molto curata ma mai in modo da oscurare il contenuto musicale. E un altro tratto che lo contraddistingue sta nella bellezza del suono stesso».
E lei? Quando è al piano, qual è la sua forza e viceversa quale la sua debolezza?
«La mia forza può essere vista come debolezza e viceversa, e consiste nel forte coinvolgimento emozionale che ho quando suono. Vale anche per il programma che eseguirò sabato e domenica al festival, un programma che incarna lo spirito romantico, e che è molto affine al mio modo di sentire la vita».
Come si trova nella nuova veste di direttore artistico del primo Festival di musica classica di Valenza?
«A parte la mia attività solistica, sono molto attratta dalle altre formazioni musicali (camera, voce, ecc). Essere direttore artistico mi permette di spaziare a 360°, di rapportarmi con il mondo musicale nel suo complesso e scoprire continuamente nuovi stimoli. Soprattutto di poter condividere questa mia passione con il pubblico».
Chiamerebbe mai a suonare qualche talento sconosciuto, non imposto dal mondo accademico e fuori dal circuito dei concorsi?
«Diventare direttore artistico significa che hai maturato una tale esperienza nel mondo della musica che sei, per così dire, pronto, preparato. Dal ruolo che rivesto ho totale carta bianca dagli organizzatori e la fortuna di non avere obblighi. Personalmente non ho preclusioni di nessun tipo».
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