La regista Sabrina Morena «Sarà un racconto sospeso tra cruda realtà e sogno»

«Nel suo reportage Gianpaolo è stato molto efficace, perché ha restituito la “normalità” alle persone che ha incontrato al Silos. Anche se vivono in condizioni disagiate sono ragazzi come tutti gli altri, con gli stessi sogni: una casa, un lavoro, una vita tranquilla».
Per Sabrina Morena, regista dello spettacolo “Una splendida giornata da clandestino” e ideatrice del festival S/paesati, è questo il messaggio più importante del reportage giornalistico realizzato da Gianpaolo Sarti, che ha voluto mantenere e potenziare attraverso la messa in scena teatrale.
«Alla fine i ragazzi che ha incontrato, richiedenti asilo afghani e pakistani che lui nomina, diventano parte della storia, amici per un giorno che condividono con lui le loro piccole cose: un posto dove ripararsi, un pasto caldo, la connessione internet per poter comunicare con i propri cari lontani. È la forza, il potere evocativo della parola, che sorprende sempre».
Come si mette in scena uno spettacolo tratto da un reportage giornalistico?
«Non è facile, perché ogni reportage ha un elemento di realtà molto forte, con luoghi ben riconoscibili difficili da rendere a teatro. Perciò abbiamo immaginato uno spazio a più piani, che ho ottenuto con dei tulle che lo scenografo Marco Juratovec mi ha aiutato a costruire. Utilizzeremo delle proiezioni, alcune fotografie del Silos e di altri luoghi cittadini, come la zona della stazione e viale XX Settembre, fornite dai fotografi del Piccolo, rieditate e rimontate da Davide Sanson. A livello visivo riprenderemo anche alcuni elementi riportati nel testo, dalla polvere alle stelle, per restituire in modo teatrale l’elemento di realtà. L’atmosfera sarà sempre sospesa tra realtà e sogno, per rendere un senso di continua attesa. Francesco Godina, da cui è venuta la proposta di mettere in scena questo reportage, interpreterà il giornalista sotto copertura, di cui cercheremo di rendere le emozioni: la tensione, il timore che la sua vera identità venga scoperta dai rifugiati o che un suo conoscente di passaggio lo riconosca e lo smascheri. Ma anche la stranezza della situazione in cui si trova, calato nei panni di un altro. All’interno della narrazione saranno incastonati anche dei brevi video, che avranno per protagonista Zabiullah Ahmadi, un rifugiato che vive e lavora a Trieste, e che abbiamo immaginato “rubati” dalla telecamera del giornalista».
Aveva già affrontato un’esperienza di questo tipo?
«Non da regista, ma a S/paesati abbiamo già avuto come ospiti giornalisti e fotografi autori di reportage, da Fabrizio Gatti a Monica Bulaj. E abbiamo ospitato spettacoli come questo: il teatro è interessante perché si presta a restituire anche racconti di questo genere. L’elemento più importante è sempre il testo, perché il potere evocativo della parola è fortissimo. La produzione è parte del festival S/paesati, che da vent’anni tratta il tema delle migrazioni sotto varie sfacettature».
Com’è cambiata in questi anni l’immigrazione in Italia e la percezione delle persone rispetto a questo fenomeno?
«Quando è nato S/paesati, nel’99, ci eravamo accorti che l’Italia era diventato un paese d’immigrazione. Sentimmo l’esigenza di analizzare questo fenomeno dal punto di vista storico e culturale. Ma volevamo parlare anche di emigrazione italiana, per questo motivo il primo spettacolo fu “Ellis Island”, sui migranti italiani negli Stati Uniti. A livello storico l’emigrazione ha sempre avuto elementi comuni: continui flussi migratori e catene di persone che si conoscono e si richiamano l’un l’altro nello stesso luogo». —
Giu.Bas.
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