La salute mentale oggi: il dialogo necessario tra psichiatria e società sotto la lente di 12 esperti
Il libro Einaudi “Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche” sarà presentato nell’ambito del festival Scienza & Virgola. Il volume è curato da Mario Colucci

«Non è piacevole dirlo, ma l’atmosfera che si respira nel mondo della salute mentale si è fatta ogni giorno più pesante». Lo scrive Mario Colucci, psichiatra, oggi direttore del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Udine e autore di molteplici libri sull’argomento e nello specifico su Franco Basaglia. Lo scrive nell’introduzione dell’articolato volume “Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche” (Einaudi, pag. 360, euro 25), dodici saggi e dodici autori che ci propongono una prospettiva poliedrica sul concetto di salute mentale nella sua evoluzione e soprattutto nei suoi aspetti critici. Il libro sarà presentato al Festival Scienza e Virgola il 9 maggio alla Libreria Lovat (ore 18) da Marica Setaro e Nico Pitrelli.
Aria pesante, si diceva. Ed effettivamente a guardare i numeri dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla salute mentale, il risultato è piuttosto impressionante se pensiamo che a livello globale oltre 1 miliardo di persone soffre di un disturbo mentale, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. Eppure, nonostante i dati, il settore è ancora pesantemente trascurato: in media i paesi dedicano solo il 2% del bilancio sanitario alla salute mentale, che per lo più va agli ospedali psichiatrici.
Certo i numeri sono importanti, ma sono anche un’arma a doppio taglio se pensiamo al loro risvolto politico. Una “genealogia” della salute mentale è indubbiamente la strada per guardare al problema da una prospettiva critica. Non solo risalendo a Basaglia e agli effetti del suo operato: il tentativo è anche quello di ricostruire i contesti prima della legge 180 e soprattutto di guardare alla lezione basagliana nelle sue conseguenze, anche contraddittorie.
La domanda che pone Pierangelo Di Vittorio per esempio è: quale divaricazione si è prodotta, nel corso del tempo, tra le intenzioni originarie della deistituzionalizzazione e il concreto sviluppo della salute mentale in Italia? Si riesamina quindi l’idea di deistituzionalizzazione – affrontata da più autori – senza pregiudizi ideologici (quali il valore della pratica rispetto alla teoria), evidenziando piuttosto gli scarti culturali di formazione tra ieri e oggi e la conseguente necessità– come insisteva Basaglia – di un nuovo sapere. E tra i saperi va inclusa indubbiamente la voce degli internati, capaci di opporre resistenza al potere psichiatrico, tema sviluppato da Luca Negrogno, Anne Lovel, Anna Carolina Florence, Roberto Beneduce e Simona Taliani.
Di strada ne è stata fatta, dalla chiusura degli ospedali psichiatrici a quelli giudiziari. Eppure va detto che nell’ottica della salute mentale globale, i rischi di una regressione sono molteplici, soprattutto se guardati in tutti quei contesti di marginalizzazione, discriminazione, repressione o nuovo aziendalismo (ne scrive Riccardo Ierna), insomma lì dove non c’è un’integrazione tra la dimensione sociale e quella sanitaria dei bisogni della persona.
È impossibile, come sostiene Mauro Bertani, ignorare il fatto che, quando si parla di salute mentale, si affronta una questione di natura sociale e politica, dal momento che vi sono implicati potenti effetti che ricadono sulle forme della soggettività e socialità, secondo quanto ci ha insegnato a vedere Foucault. Di fatto ci sono nuove categorie di «emotional patients», come evidenziano Williams e Frances, che corrispondono a individui ritenuti devianti dalla società.
Nell’attuale contesto, il volume non ignora la complicità dell’industria del settore, progredita a tal punto da non pubblicizzare le medicine ma le malattie.
O ancora la manipolazione degli studi clinici, come ricorda Antonio Lucchetti, dove risulta in crescita il rischio che il disturbo mentale sia ricondotto alla natura cerebrale, con conseguente decremento degli interventi sulla scena sociale della comunità d’appartenenza. Se la psichiatria vuole incidere sulla salute mentale pubblica deve dialogare: «non solo con la neurobiologia – scrive Colucci – ma anche con la sociologia e l’economia per affrontare le disuguaglianze sociali e sanitarie, dando il giusto rilievo ai determinanti di salute». E ancora il volume chiama in causa la posizione di psicoanalisti e psicoterapeuti nel campo della salute mentale con gli interventi di Paolo Stoppa e Paolo Migone. “Che cos’è la salute mentale?” pare quesito che può sciogliersi solo all’interno di pratiche sociali che coinvolgano l’operatore psichiatrico verso nuovi saperi e la stessa cittadinanza in veri e propri “laboratori urbani”. —
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