La violinista orfana Cecilia, salvata dal maestro Vivaldi

Giovanna Rosadini è nata a Genova, ha lavorato come editor per la casa editrice Einaudi e per Einaudi ha pubblicato diverse raccolte in versi tra cui l’ultima, “Fioriture capovolte” (2018). La sua scrittura è sostenuta da una chiara struttura del verso che ci restituisce limpidezza e musicalità del canto. L’originalità di queste “Fioriture” sta nel doppio binario in cui procede la memoria. Il ricordo infatti è parte essenziale della poetica, senza limitarsi a evocazioni nostalgiche. Se il passato c’è, diviene anche mezzo metalinguistico per restituirci l’impossibilità di “catturare” la realtà, tanto più dentro quel tempo in cui a volte (forse sempre più spesso), si perde “l’aderenza dei nomi con le cose”. Ecco quindi il trait d’union tra intimo e sociale, tra ciò che (anche) in una dimensione domestica, famigliare, ci rimanda a un affresco collettivo, lì dove il tempo è capace di fluire dimenticandoci. Al verso il compito di preservarne l’antica felicità. Il suo consiglio: «La cosa più strabiliante di un romanzo come “Stabat mater” di Tiziano Scarpa (Einaudi, Premio Strega 2009), è la capacità dell’autore di essersi prodigiosamente calato nella femminile sensibilità di un’adolescente cresciuta in un orfanatrofio della Venezia settecentesca, l’Ospedale della Pietà dove le giovani ospiti imparano l’arte della musica. Cecilia, la protagonista, suona il violino. La sua vita si snoda fra le lezioni e le esecuzioni concertistiche durante il giorno e la sconfinata solitudine delle notti, passate, in dialogo con una creatura dalla testa di Medusa, sorta di alter ego in negativo dell’assenza che la abita, a scrivere lettere alla madre che l’ha abbandonata, fino all’arrivo di un giovane compositore e maestro di violino di nome Antonio Vivaldi. Ispirato, profondo e denso di riflessioni tradotte in immagini memorabili, è un romanzo sul desiderio che origina dalla mancanza, e sulle potenzialità salvifiche e rigenerative dell’arte: “Non bisogna lasciare che le cose accadano soltanto dentro di noi. Dobbiamo aiutarle a venire al mondo meglio che possiamo, ripensarle, riscriverle, suonarle diversamente”». —
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