Ladrón de Guevara i versi di un poeta che scava nella realtà e nei dolori umani
Domani alle 18, alla Libreria Ubik di Trieste, verrà presentato – assieme all’autore – il recente libro di Pedro Luis Ladrón de Guevara, “Tornerò dov’ero” (Ensemble), con prefazione di Claudio Magris, traduzione di Matteo Lefèvre e nota di Dionisia García (con testo bilingue). L’autore – professore di Letteratura italiana in Spagna (Università di Murcia), traduttore di grandi scrittori italiani (da Leopardi a Campana, Ungaretti, Magris, Tabucchi, tra gli altri), studioso dell’opera di Marisa Madieri, cultore dell’arte fotografica – entra nel vivo della polemica relativa all’elitarietà della poesia e alla sua spesso scarsa incisività nei confronti della realtà. L’autore dedica una poesia-cardine (Nel tempio della parola) alla polemica contro i mercanti che “vendono e comprano/ tanto gioco letterario“, che si prodigano nelle “lusinghe“ di una “compravendita“ e provocano l’oblio della vera poesia che è “amore, passione“. I versi di “Tornerò dov’ero” appaiono come un invito a una poesia che fa vedere – come scriveva Saba – con “occhi nuovi“, tornare alle riflessioni semplici, guardare il mondo fuori dalle sue paurose incrostazioni (“Volveré a donde estaba hace cien años“, Tornerò dove cento anni fa ero,/ al riposo silente della notte/ senza vuoto né agoniche afflizioni,/ senza oscure vestigia infernali/ né altera presunzione disperata“, Memoria di un sogno).
Questa lucidità di sguardo fa intravvedere un “universo/ di dolore, rifiuto e lucente miseria“ (L’umanità svanisce), una realtà di inquinamento, morte, ipocrisia, egoismo, la distruzione del pianeta a opera degli stessi uomini, l’incombere della violenza e della fame, la necessità di un impegno personale contro la guerra e per il riconoscimento della naturale varietà degli uomini contro le frontiere e le divisioni, dell’appartenenza a tutti delle ricchezze naturali, contro una “passiva quotidianità“ in nome dell’altruismo (“Vivere con la mano aperta e tesa/ verso chi piange immerso in povertà“, Trascorrere la vita). Questa tematica ha come frutto una scrittura tesa tra impossibili dolcezze, tensioni, invettive jacoponiche e una parola che vuole incidere; ma anche accenti di pietà verso una umanità inerme e indifesa e considerazioni sul dolore “cinematografico“ che entra nella case con la televisione, tra le pause pubblicitarie (Città bombardata). Una poesia – ha scritto Magris nella sua penetrante introduzione – che tende a «esprimere e insieme dissimula la tragedia». Una fiducia, va aggiunto, in parole che colpiscano, che cadano “sopra l’incudine della vita/ con immagini di silenzi/ lacerati nel giorno”,Parole). Capaci di colpire chi ancora non capisce o appare “perplesso“. —
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