L’amore? Serve in caso di emergenza Storie di donne che vogliono tutto

«In caso di emergenza lei è sola». Mentre Svenja no. Questo è ciò che conta, perché «l’amore non è un’emozione. L’amore non è romanticismo. L’amore è un atto. Bisogna contemplare l’amore dal punto di vista dell’emergenza». Sono i pensieri che raggelano il sangue di Brida e le devastano mente e cuore nell’esatto istante in cui realizza di aver perso definitivamente il compagno, sedotto dall’innocua e rassicurante “duellante”, più giovane, più atletica e, soprattutto, più semplice di lei: una ragazza che non prova il desiderio di stare al fianco di un uomo, tantomeno un passo avanti, ma che trova la sua felicità collocandosi nella scia dei successi di lui. Svenja possiede una «femminilità da donnicciola semplice, quasi grossolana». Adora il suo compagno, «si sottomette, riconosce apertamente le proprie debolezze, le sfrutta addirittura per metterlo in luce, dicendo in questo sei più bravo di me, e gli lascia i classici ruoli maschili con naturalezza».
La Svenja del romanzo della tedesca Daniela Krien, “L’amore in caso di emergenza” (Corbaccio, pagg. 288, euro 16,90) è l’inconsapevole geisha in shorts cui molte donne contemporanee darebbero volentieri un ceffone. Quella che si accontenta, senza troppe pretese e grandi ambizioni, a un ruolo ancillare, costruendo così un equilibrio appagante e sereno con il proprio compagno, libero di sentirsi al timone senza donne troppo consapevoli ed eccessivamente pensanti tra i piedi. Donne che vorrebbero avere tutto e ovviamente non ci riescono: famiglia e passione, casa e figli, carriera e aspirazioni personali.
Brida è una delle cinque figure femminili protagoniste di questo bel romanzo, che racconta la sua quotidianità e qualla di Paula, Judith, Malika e Jorinde, in una Lipsia contemporanea che a volte fatica a lasciarsi alle spalle il Muro e a guardare davvero a quel futuro di libertà e opportunità esploso dopo la riunificazione della Germania. Le loro vicende vengono scandagliate e narrate separatamente, benché vi siano, sparsi qua e là dall’autrice con leggerazza, precisi fili che le uniscono e intrecciano il loro vissuto, generando, a seconda delle circostanze, spesso anche inconsapevolmente, affetto e tenerezza, rabbia e invidia, gelosia e dolore.
Le cinque protagoniste non sono perfette. E non chiedono di esserlo. Commettono errori, soffrono, scivolano, ma sono legate dallo stesso desiderio sincero: provare a essere fedeli a loro stesse. Vogliono vivere, lavorare, amare senza paura e tentano di afferrare tutto ciò che la vita può offrire. Ma di fatto continuano a sentirsi sempre limitate dal loro essere donne. La felicità sembra a portata di mano ma è spesso un miraggio, o si veste con abiti inusuali, che sfuggono alle logiche più familiari e agli schemi sociali classici.
Daniela Krien gioca sulla forza della quotidianità, emozionante quanto dolorosa e feroce, per tratteggiare storie comuni, nelle quali qualsiasi frau del mondo occidentale potrebbe identificarsi facilmente. Donne libere, preparate, brillanti, indipendenti e disinibite, che si rifiutano di finire ostaggio dei vecchi rituali, ma che alla fine si rivelano sempre maledettamente fragili nella loro dipendenza dall’amore.
Tra fallimenti e cadute, lutti, tradimenti e rimorsi, le esistenze parallele di queste tedesche moderne si sviluppano nella loro terrena semplicità, trovando alla fine una piccola luce in fondo al tunnel, una vera fonte di speranza, anche se diversa da quella che avrebbero sperato.
Quello di Daniela Krien non è un libro “contro”, ma indaga con lucidità (e non senza qualche ritratto maschile impietoso e fin troppo realistico), le nuove ombre di una relazione uomo-donna che la modernità ha scardinato e che probabilmente avrà ancora bisogno di tempo per essere reinventata. —
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