Lassù sulle cime storie e conquiste della Trieste divisa

Passione, estetica, etica. È intorno a queste tre parole che Giampapolo Valdevit ha scritto la “Storia dell’alpinismo triestino - Uomini, imprese, idee” (Mursia, pagg. 234, euro 17,00), primo compendio organico del mondo dell’arrampicata a Trieste sulla scia di due classici del genere come la “Storia dell’alpinismo” di Claire-Eliane Engel - con la mirabile appendice di Massimo Mila “Cent’anni di alpinismo italiano” -, e la “Storia” firmata da Gian Piero Motti. Valdevit è uno storico di professione, oltre a essere stato un alpinista di punta, per cui nessuno meglio di lui poteva affrontare un argomento che, al di là dell’interesse specifico, si fa specchio delle complessità storiche e sociali di una città come Trieste. Del resto la storia di una qualsiasi disciplina, a Trieste - si pensi per esempio al canottaggio -, riproduce in sé le multiformi esperienze di una terra cui la Storia ha fatto pochi sconti. E ciò nonostante Valdevit limiti il suo campo d’indagine: questa, spiega, è «la storia dell’alpinismo italiano di Trieste. Si sa che a Trieste è esistito ed esiste anche un alpinismo sloveno. Fra i due, quando non si è avuta un relazione conflittuale, c’è stata indifferenza reciproca; si tratta di due mondi che tutt’al più si sono incontrati in singoli individui. Le loro storie si sono svolte separatamente e possono essere raccontate separatamente».
Fatta questa premessa, ecco che la storia dell’alpinismo triestino si concentra nell’orbita dei due attori principali, la Società Alpina delle Giulie e la Trenta Ottobre, le due sezioni cittadine del Club Alpino Italiano. Intorno alle vicende sociali e politiche di queste due associazioni, ai loro protagonisti e alle loro imprese, si svolge la ricerca di Valdevit. I cui risultati lo stesso autore riassume nell’introduzione suddividendoli appunto nelle tre parole chiave: passione, estetica, etica: «Alpinismo come passione - scrive Valdevit - è quello nascente, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quello che ha come protagonisti Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti. Alpinismo come estetica è quello degli anni Trenta, in particolare quello che ha in Emilio Comici l’astro prima nascente e poi splendente. Alpinismo come etica, quindi come sistema di regole nel culto rinato dell’arrampicata libera, è quello che percorre gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta e si compendia nel nome di Enzo Cozzolino».
È dunque lungo questa traccia che si svolge il racconto, partendo dalla nascita dell’Alpina delle Giulie. Un progetto che prende forma nel 1877 all’ombra della Società Ginnastica, «club tradizionalmente legato alla borghesia italiana di Trieste», e si concretizza fra il 1883 e il 1886. L’Alpina - secondo la tradizionale abbreviazione - «appartiene alla galassia associativa che ha come riferimento politico il partito liberal-nazionale», sposa in pieno l’obiettivo di «affermare la cultura nazionale italiana come cultura dominante a Trieste e nella Venezia Giulia, e da subito dalle terre dell’Impero tende la mano al Club Alpino Italiano. Questa matrice e radice nazionalista dell’Alpina rimarrà viva lungo tutta la sua storia, dalla piena adesione al fascismo fino alla contestata adesione, e siamo nel 1985, al Comitato per la difesa dell’italianità di Trieste.
Vicende per altro già sviscerate nel libro di Livio Sirovich “Cime irredente”, testo che però Valdevit liquida come «accattivante nella sua trama narrativa ma, quanto più conta, traboccante di furore ideologico». Perché, nonostante Valdevit segua passo passo l’evoluzione strettamente politica sia dell’Alpina che della Trenta Ottobre, non è su questa traccia che si impernia l’esegesi di una storia molto più articolata e carica di idee, significati e suggestioni: «Se - spiega Valdevit - si scava invece con pazienza filologica nei testi - come ogni storico è chiamato a fare - non stenterà ad apparire quanto sia se non proprio insignificante almeno parziale e unilaterale l’interesse di chi nell’atteggiamento di un alpinista vada a cercare ciò che sia immediatamente individuabile come attestato di appartenenza politica». In parole povere la camicia nera indossata da Emilio Comici non esaurisce l’esperienza di un alpinista che seppe «proiettare l’alpinismo triestino sullo scenario nazionale», contribuendo a farlo uscire «da una cerchia ristretta di appassionati anche grazie alla sua attività per così dire di moderno comunicatore», un alpinista dai «caratteri inediti» la cui eredità arriva fino ai nostri giorni e scavalca lo stesso contesto storico in cui prese forma.
Dalla politica alle idee, l’alpinismo triestino marca sin dalle origini una specificità che lo rende al tempo stesso partecipe e distante da filosofie e mode dominanti all’ombra delle cime. Moralità, ricerca delle emozioni, modernità, segnano l’alpinismo degli esordi da Cozzi alla Squadra volante, mentre il «vitalismo spinto fino all’estasi, ma temperato dalla razionalità, ovvero dal pieno dominio su di sé acquisito anche alla padronanza tecnica», identificano l’idea dominante fra gli anni Trenta e il secondo Dopoguerra. Sono tratti che resteranno nel dna degli arrampicatori triestini, e che ritroveremo fra gli anni Sessanta e Ottanta, nel pieno fiorire di un dibattito che a livello nazionale a partire dalla “morte del chiodo” (per citare un famoso libro di Emanuele Cassarà), e cioè il confronto, spesso acceso, sullo sviluppo delle difficoltà e l’eccessiva chiodatura della montagne (in particolare sull’uso del chiodo a pressione) arriva a interrogarsi sugli stessi scopi dei “conquistatori dell’inutile”.
Ed è forse per questi tratti, questo “anticorpi”, che le culture dominanti a Ovest di Trieste, mutuate in parte dal ’68, avranno qui poca presa. Nel resto d’Italia la contraddizione fra il disadattamento sociale e il «senso eroico di sé» di chi affronta le montagne «si cercherà di sanare attraverso ciò che le culture dell’antagonismo giovanile mettono allora a disposizione, ovvero abitudini hippy, filosofie orientali, marijuana, in alcuni casi anche ribellismo politico e adesione allo spirito del Sessantotto». Ebbene, «a Trieste di tutto ciò non c’è traccia nei più, e se attecchisce in qualche singolo individuo è una traccia molto labile». Valdevit nel libro non la cita, ma piccolo esempio significativo al riguardo fu allora la contrapposizione goliardica che opponeva al brand modaiolo diffuso in quegli anni - “Think Pink”, pensa in rosa - il motto “Bevi Rosso”. Lavorando da storico, Valdevit attinge dalle pubblicazioni delle società, da libri e documenti, senza però mai dimenticare che una storia dell’alpinismo è - soprattutto - una storia di imprese. Ecco dunque l’elenco delle scalate, delle spedizioni, l’ampio il regesto dei nomi di chi questa storia l’ha fatta. Ci sono tutti, almeno tutti i protagonisti e comprimari, ciascuno portatore di un contributo, ciascuno osservato nel suo contesto, ciascuno a mettere un tassello in quella che è non solo storia di una disciplina ma anche storia sociale.
E oggi? In linea generale «l’alpinismo è ormai diventato un fenomeno tipico del consumismo, della mentalità dell’usa e getta e, in quanto tale, soggetto a rapidi entusiasmi, ma a un altrettanto rapido declassamento». E questo vale anche per Trieste. «Ma quando - nota l’autore - il rapporto con il passato si fa meno sensibile alle mode correnti, meno ambiguo e più schietto, si trovano più agevolmente i fili che legano ieri all’oggi, e si vede che non sono stati del tutto spezzati», a cominciare dai caratteri di un alpinismo di ricerca, connotato da «moralità e onestà intellettuale». «L’alpinismo triestino - conclude l’autore - è sembrato capace di non cedere del tutto alla mutazione genetica», e «pur lasciandosi in parte sedurre dal canto martellante dello spit», ha «confermato la propria capacità di manifestare ancora uno spirito di resistenza in linea di continuità con l’atteggiamento che ha seguito quanto meno per gran parte della seconda metà del Novecento».
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