László Krasznahorkai: "La verità non esiste da nessuna parte. E solo la poesia ce lo fa sopportare"

Caduto il Muro, lo scrittore ungherese tra libertà e vulnerabilità. Trieste? L’amore
László Krasznahorkai
László Krasznahorkai

TRIESTE László Krasznahorkai è uno di quegli autori che intrattengono con le radici profonde della letteratura un dialogo privilegiato, e non stupisce che il suo nome sia risuonato spesso nella rosa del Premio Nobel. In questi giorni è nelle librerie con “Guerra e guerra” (Bompiani, pp. 400, euro 20) nella traduzione di Dóra Várnai. È la storia dell’archivista Korin in viaggio dall’Ungheria verso l’America per dare immortalità a un manoscritto misterioso, ed è la storia che quel manoscritto racconta. «Prima di scrivere “Guerra e guerra”» spiega Krasznahorkai, «ero stato spaventato da un evento, e questo ha giocato un ruolo importante nello spingere il romanzo verso questioni come la libertà, il confine, la difesa, la pace».

Di quale evento si trattava?

Nel 1989 vivevo a Berlino Ovest, dove avevo trovato rifugio fin dal 1987, cioè fin da quando, per la prima volta in vita mia, avevo potuto lasciarmi alle spalle il mondo non-libero. Io amavo il Muro. Il Muro mi “difendeva” dalla terribile realtà creata dal comunismo sovietico. Ero una persona debole, disgraziata, deformata, ed era stata l’Ungheria comunista a rendermi tale. Berlino Ovest e il Muro hanno rappresentato il mio primo - e ultimo - rifugio, un luogo dove potevo respirare liberamente.

Come ha vissuto il crollo del Muro?

Quando mi giunse la notizia che tutti coloro che vivevano dalla “nostra” parte avevano iniziato a distruggere il Muro, mi spaventai. Uscii di casa e mi precipitai da uno dei gruppi impegnati nella demolizione, e nella maniera più gentile possibile dissi: cari amici, ma cosa state facendo qui?! Ma non capite che questo Muro difende noi da loro! Siete impazziti?! Il mio intervento non fu granché apprezzato.

Il romanzo prende vita da qui?

Una delle notti successive, ho trovato Korin, il protagonista. La sua storia, e quella del manoscritto che narra di quattro angeli inutilmente in fuga da una guerra eterna, mi ha commosso fin nel profondo dell’anima.

Lei è nato a Gyula, una città di confine. Qual è la sua esperienza del confine?

Da ragazzo e da giovane adulto identificavo il mio rapporto con il confine con l’impulso a spingermi oltre. Da uomo maturo, invece, consideravo il confine, e tutti i confini in generale, come una fortificazione edificata per racchiudere ciò che continuava ancora a sussistere. Da uomo ancora più maturo, poi, questo confine l’ho visto allontanarsi sempre più, spingersi sempre più in là. Sicché l’unico confine che oggi sono in grado di percepire è quello del globo terrestre.

Alla fine del romanzo il lettore non sa più dove stia la verità...

La verità non esiste da nessuna parte. Né nella finzione né nella realtà. La consapevolezza di ciò può essere sopportata solo grazie alla poesia, e infatti “Guerra e guerra” è in realtà una poesia.

Ha mai dovuto fare i conti con la censura?

No. Vivevo a una tale distanza dalla realtà quotidiana ed empirica del mondo sovietico-comunista realmente esistente prima, e del mondo non-sovietico e non-comunista realmente esistente poi, da essere toccato soltanto da questioni universali. E se uno vive l’esistenza in tali termini, allora la censura non può esistere per lui. Me ne infischiavo della censura dell’Ungheria sovietica, non mi interessava se, fintanto che durava quello stato barbarico-animale, ciò che scrivevo veniva pubblicato oppure no.

Pensa che abbia ancora senso parlare di letteratura mitteleuropea?

Purtroppo possiamo ancora parlare di letteratura del Centro-Est-Europa. Tuttavia, io non ne faccio parte. Apprezzo moltissimo numerosi autori di poesia e di prosa che provengono da tale area, ma se penso ai miei fallimenti letterari, ossia alle mie opere, allora mi appare evidente che non sono annoverabile tra le loro fila. Credo di non rientrare da nessuna parte. Forse, se osserviamo la questione ancor più in profondità, non appartengo nemmeno a quest’epoca. Ma con ciò non voglio affatto affermare che io sarei al di sopra di tutti, assolutamente no.

Quali modelli letterari hanno influenzato la sua scrittura?

La grande letteratura, o più in generale la grande arte è stata l’unica a influenzarmi, da Omero attraverso Dante e Bach fino a Kafka. Ed è anche per questo che percepisco – credo a ragione – la mia attività letteraria come un fallimento, poiché l’altezza a cui le loro opere sono arrivate è per me irraggiungibile. Io morirò di questa cosa, come altri moriranno di altro. D’altra parte, alla fine, di qualcosa tocca pur morire.

Qual è il suo rapporto con la religione?

Rispetto coloro che sono religiosi. Capisco coloro che credono. Alla religione e alla fede dobbiamo la nascita di opere d’arte strabilianti. Le confesso che ritengo l’uomo religioso l’essere più vulnerabile in assoluto sulla Terra. Egli infatti è convinto che lì in alto ci sia Qualcuno e che quel Qualcuno afferrerà le sue mani giunte in preghiera e non le lascerà nemmeno in caso di Avversità – mentre, purtroppo, le sue mani non sono tenute da Nessuno.

Descrive spesso l’Ungheria come una terra cupa, abitata da genti disperate. L’immagine arriva dagli anni sotto l’influenza sovietica?

Sì, è un’immagine che emerge da quel miasma storico. Devo però subito aggiungere che per tutto il tempo in cui sono stato un prigioniero dell’Ungheria sovietica intento a osservare l’Universo, mai, nemmeno per un attimo mi è passato per la mente che quanto stavo mettendo su carta riguardasse soltanto l’Ungheria sovietica. Percepivo il Tutto, o più precisamente, ritenevo di percepirlo. Non era cioè la realtà dell'Ungheria occupata dai sovietici e basta a colpirmi, bensì, attraverso di essa, l’universale vulnerabilità dell'uomo.

Cosa sta succedendo in Ungheria?

Orbán costruisce una nuova menzogna al posto di quella precedente. Guardi, l’uomo non ha bisogno di un messia, bensì di un falso messia. E questo è il ruolo che sta ricoprendo Orbán. Più avanti arriverà qualcun altro a ricoprire il medesimo ruolo.»

Lei soggiorna spesso qui, cosa la lega a Trieste?

L’amore. —


 

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