Le mille lingue dell’ex Narodni Dom al centro della città-luogo: di culture
Scuola Interpreti: dove i futuri costruttori d’Europa imparano le parole ponte

TRIESTE Andare al lavoro felici è un grande privilegio. A contribuire a questo stato d’animo sono tre cose che trovo ogni mattina quando metto piede in via Filzi 14, al Dipartimento di Scienze giuridiche, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione, più noto come la Scuola Interpreti di Trieste. Il primo motivo è una targa posta sulla facciata dell’edificio storico disegnato dall’architetto Max Fabiani nel 1904. Ricorda come questa sede del Narodni Dom, centro della vita culturale ed economica della comunità slovena è stato incendiata dall’intolleranza nazionalistica il 13 luglio 1920 e di come ora rivive come nuova comune casa europea.
Il secondo è la recente installazione di un bassorilievo prospettico nell’atrio. Prodotto dal Museo Tattile Anteros di Bologna, raffigura Atalanta e Ippomene e permette a ciechi e ipovedenti di accedere all’arte. L’opera di Guido Reni rappresenta un momento importante del mito della Ninfa. Destinata dal padre al matrimonio, Atalanta detta una precisa condizione: quella di sposare il pretendente più veloce di lei nella corsa. Ippomene viene aiutato da Afrodite che gli consegna tre mele d’oro. Il ragazzo le fa cadere una ad una durante la corsa obbligando Atalanta, attirata dai frutti, a fermarsi per raccoglierle. Il bassorilievo è un messaggio importante, simboleggia la promulgazione della bellezza a 360°, quella dell’inclusione in primis.
Il terzo motivo è una porta di vetro a sinistra dell’entrata, tappezzata da colorati manifesti, che ospita la sezione giovani della Biblioteca Slovena. Gruppi di piccoli lettori entrano ed escono dopo aver toccato con mano la letteratura in lingua slovena e non riesco a non rallegrarmi alla vista di tanto vivo entusiasmo.
Nel suo libro “Come ho imparato le lingue” (Bompiani, 2005), Diego Marani, scrittore e glottologo impegnato alla Commissione Europea a Bruxelles dove si occupa di politica del multilinguismo, inventore dello sperimento linguistico dell’europanto, nonché ex-alunno alla Scuola per Interpreti, scrive: “Imparare un’altra lingua è sempre un poco uscire da se stessi, spaccare il guscio protettivo della propria identità”. Viene spontaneo constatare che la lettura innesca lo stesso processo.
Sbirciando nelle stanze si vedono alunni assistere a lezioni di letteratura nelle diverse lingue che studiano, professionisti che traducono capolavori di Pasolini, Umberto Eco, Claudio Magris in tedesco, spagnolo, croato e tanto altro; nell’aula studio, laureandi che scrivono tesi su Tomizza e traducono poesie di Nizar Qabbani dall’arabo in italiano. Da una piccola aula non esce alcun rumore, ma un concerto di mani sta traducendo un brano di Pino Roveredo in lingua dei segni. Ha appena concluso una conferenza il noto scrittore di “House of Cards”, il politico conservatore inglese Michael Dobbs. Corre a rinchiudersi in una stanza e battere furiosamente sul computer. Dice di essere stato ispirato dall’atmosfera che si respira alla Scuola Interpreti, e i pensieri nati qui andranno a finire nel suo nuovo romanzo.
E poi c’è l’aula magna: il mio rifugio dalla tempesta di parole vuote del nostro tempo. Ospita conferenze tutto l’anno, e senza voler far torto a nessuno, uno dei più memorabili è stato quello di Boris Pahor che presentava il suo Necropoli. Una platea in piedi, con le lacrime agli occhi, a ricordare “il pomeriggio di quel 13 luglio 1920, poco prima del tramonto, quando il cielo si fece rosso sangue.” (Piazza Oberdan, Nuova Dimensione, 2010). Pahor, di appena sette anni, assieme alle sorelle più piccole, che guarda la folla che impedisce ai pompieri di spegnere le fiamme. L’incendio della cultura: il nemico più grande. Ma la letteratura rinasce ogni giorno, soprattutto dalle ceneri della dignità umana, e qui alla Scuola la si studia e la si traduce come risposta e come promessa che non ci dovranno mai più esistere racconti come quella della scultura da Marcello Mascherini, in piazza Oberdan, poco lontano. Mauro Covacich ne dedica un capitolo del suo “Trieste Sottosopra” (Laterza, 2006) e viene alla Scuola Interpreti a raccontare la storia dei due fidanzatini che ha ispirato il Cantico dei cantici dello scultore. Il 19 marzo del 1945, mentre il ventiduenne Pino Robusti aspettava l’arrivo della fidanzata nella piazza, venne fermato ed arrestato dalle SS e portato alla Risiera di San Sabba.
Sarò strana, ma percorrendo i corridoi dell’edificio, sento dei passi che potrebbero benissimo essere di Joyce, che tanto bene si sarebbe trovato qui. Invece i passi dietro di me sono quelli della strepitosa Jan Morris, autrice di “Trieste o del nessun luogo” (Il Saggiatore, 2003). Ha appena incantato il pubblico con il suo racconto di vita, da giovane soldato arrivato a Trieste verso la fine della seconda guerra mondiale a storica e scrittrice di successo. La adoro, ma non sono d’accordo con il titolo della sua pubblicazione. Andiamo a prendere un caffè al bar e uscendo sulla terrazza il panorama mi dà man forte. Ad ovest lo sguardo vola fino a raggiungere Grado rivestita in un tramonto d’oro. Vedo le vele al vento “lassando drìo de noltri una gran ssia” descritte da Biagio Marin. Alle mie spalle a nord, il profumo dei ciclamini e dei pini del dolce Carso dei versi di Kosovel. Ad est, sulle ali di un fresco borino, la saggezza sussurrata da Ivo Andric: che le parole sono ponti. Al sesto piano di questo storico edificio, mi rendo conto che non siamo preparando solo traduttori e interpreti, stiamo formando i futuri ingegneri d’Europa. Di quella più bella, dove le parole sono ponti e le letture delle autostrade di un continente sicuro.
Tuttavia sono terrorizzata a contraddire una grande intellettuale. Cerco di esprimermi con semplicità, perché e quello che insegno come approccio alle lingue. Trovare la dimensione famigliare, intima. Amare le parole, non temerle, per farle tue. Cara Jan Morris, Trieste non è di nessun luogo. Non è nemmeno un luogo dove per una favorevole congiunzione si crea o si gode della letteratura. Trieste è un luogo dove si vive la letteratura, e la Scuola per Interpreti e sicuramente una delle sue dimore più felici. —
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