L’economia aiuta la democrazia Ma ora più che mai deve puntare sulla qualità della vita e del lavoro

Capire d’economia aiuta la democrazia. Non siamo di fronte a una scienza esatta, ma a una insieme di giudizi e previsioni opinabili, sempre fondati su dati, comunque, e da ricondurre a un confronto responsabile con dati di realtà. Le scelte economiche variano, se si seguono le analisi di John Maynard Keynes o quelle di Milton Friedman e dei suoi liberisti “Chicago boys”. Ma su nulla si può discutere se non con competenza e conoscenza e al riparo dalle distorsioni di ideologie schematiche. Da opinione pubblica responsabile perché ben informata e libera.
Vale dunque la pena cercare di capire, studiare, leggere. Cosa? Le pagine di “Anni difficili” di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, pubblicate da Il Mulino (pagg. 232, euro 16,00). Fragile economia, quella italiana. Restìa a riforme coraggiose e ansiosa invece di scorciatoie. Visco, forte di una lunga esperienza di studio e d’intervento da banchiere centrale, insiste sull’innovazione, la dinamica positiva dei mercati ben controllati, la distribuzione equa della risorse create dall’intraprendenza economica, per non compromettere la stabilità sociale.
Serve un contesto favorevole agli investimenti delle imprese, mirati a creare lavoro. Una formazione qualificata. E una seria attenzione all’Europa. Non esiste sviluppo economico se non in un positivo contesto di relazioni internazionali, senza dannosi protezionismi.
È necessario anche fare tesoro della storia. Come suggerisce “Lo schianto” di Adam Tooze, storico inglese, per Mondadori (pagg. 780, euro 35,00) un’indagine ben documentata sulla stagione 2008-2018: “Un decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo”. Nessuna indulgenza per i miti sulla globalizzazione comunque positiva per tutti. Semmai, un’analisi ben documentata sulle radici della crisi (le disuguaglianze, la rapacità finanziaria, le “bolle” speculative a vantaggio di pochi), le illusioni e poi il crescere delle proteste, sino ai populismi attuali, alimentati da paure e chiusure di protezione. Sono state salvate le banche, è vero. E troppo protetti molti potenti banchieri.
Serve comunque un equilibrio maggiore e migliore tra credito, consumi e attività produttive. Perché senza credito ben gestito non c’è alcuna possibilità di sviluppo economico, né per le imprese né per le famiglie. Sfida economica. E, naturalmente, politica.
Stanno infatti cambiando tutti i paradigmi secondo cui abbiamo letto l’economia e cercato di governarne i processi. Siamo di fronte a un “Capitalismo senza capitali”, come spiegano Jonathan Haskel e Stian Westlake (Franco Angeli, pagg. 352, euro 29,00) su “l’ascesa dell’economia intangibile” (appena uscito sui mercati anglosassoni era stato selezionato come libro dell’anno 2017 da “The Economist” e dal “Financial Times”). Il valore economico non dipende più tanto da fabbriche e macchinari, ma da Internet, network, attività di ricerca, brevetti, marchi. L’economia digitale trasforma tutto, anche la manifattura. Bisogna saper dare risposte a problemi nuovi e inediti conflitti che riguardano lavoro, ricchezza, partecipazione, senso del tempo. Difficile metamorfosi.
Navigando nel mare della crisi vale la pena anche scrivere un “Diario di bordo”, come fa Danilo Broggi, imprenditore e manager d’esperienza per Guerini e Associati, con prefazione di Pialuisa Bianco e postfazione di Giulio Sapelli. Ci si muove “tra innovazione e cambiamento” e “informazione e conoscenza”, si indagano pericoli e opportunità della crescente presenza di dimensioni hi tech nell’economia e nella vita quotidiana, si cercano le relazioni positive tra sviluppo sostenibile e crescita economica, sostenendo che “fare bene conviene”.
L’innovazione, secondo Broggi, non è una tecnologia ma uno sguardo sul mondo, attento ai cambiamenti. Ed esiste una responsabilità degli attori economici e sociali per affrontare le trasformazioni senza aggravare le diseguaglianze ma cercando di puntare sulla qualità della vita e del lavoro. Un monito chiaro, per classi dirigenti smarrite e troppo attente, sinora, a egoismi d’élite e interessi particolari.
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