“L’erba di ieri” dove Maja ritrova la memoria perduta da profuga
Nello sciroppo di lamponi e nelle fiabe che le racconta il vecchio Marek, il piccolo cuore di Maja, alter ego della scrittrice Carolina Schutti, si strugge. È il costante tentativo di ricostruire nella memoria “L’erba di ieri” (L’Orma Editore, pagg. 153, euro 14) che fruscia di indefiniti sentimenti, suscitati dalle visite taciturne del padre ricomparso e poi nuovamente svanito, all’ombra della zia reticente e affaccendata in una vita di stenti che alleva l’orfana.
Qualche cartolina, l’unica fotografia di lei in braccio alla mamma, sullo sfondo di una casa con lo steccato che forse non esiste più; la consapevolezza di essere dovuta scappare da un Paese lontano e di aver parlato un’altra lingua in cui sono rimasti impigliati minuscoli frammenti del passato, punteggiano la vita di Maja.
Maja bambina che abita in un sobborgo imprecisato e straniero, poi ragazzina, infine donna e madre. Sono i quadri che compongono il breve eppure denso romanzo di Carolina Schutti, tedesca di origine polacca, vincitrice del premio dell’Unione europea per la letteratura e pubblicato già in dieci nazioni.
E come nella pittura impressionistica, l’autrice ritrae lo stesso soggetto, Maja, sotto luci e in momenti diversi per registrarne i cambiamenti nel tempo, fino al compiersi di quel ritorno circolare all’agognato posto dei lamponi dalle cui radici è stata strappata.
A nulla sarà valsa l’istintiva congiura della dimenticanza messa in atto dalla zia, di cui si intuisce un dolore ormai cementificato.
“Dimentica tutto” insiste; anche la “matrioska”, la bambola cava di legno che ne contiene una dentro l’altra una serie di più piccole, tipica della tradizione russa, verrà fatta sparire. Osservando il paesaggio campestre dipinto sulla pancia, Maja bambina componeva indefinite nostalgie e sillabava “babuska”, nonna.
E sempre la matrioska, non la stessa, ricomparirà alla fine del romanzo come regalo del nuovo amore che assecondandola, la rigenera. Maja si infila in tasca la bambolina più piccola, la definitiva, quella che non ne cela altre e parte, con la sua neonata, alla volta del passato.
Sotto “L’erba di ieri”, ai margini del villaggio bielorusso ritrovato, non riposano i familiari morti, ma la lingua materna, le fiabe, i canti, la linfa vivificante del folklore che sono stati negati a Maja e da cui la guerra l’aveva strappata.
Di tramatura delicatissima e quasi onirica, il viaggio della memoria si apre, forse, alla realtà, conducendo la protagonista a un armistizio interiore ma lasciando sospesa la pace definitiva. —
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