L’Italia neorealista di Migliori all’Alinari Image Museum

Apre oggi a Trieste al Bastione Fiorito del Castello di San Giusto l’esposizione dedicata all’«architetto della visione»



Lo definiscono “architetto della visione” perché ogni sua immagine fotografica sottintende una progettualità, nel suo caso altamente sperimentale: è Nino (Antonio) Migliori, il maestro dell’immagine, mago contemporaneo e ricercatore della fotografia, cui Zeropixel, il Festival dell’arte del terz’occhio, giunto quest’anno alla V edizione, dedica un importante appuntamento espositivo, curato da Annamaria Castellan ed Emanuela Sesti, in una sede altrettanto d’avanguardia, l’AIM-Alinari Image Museum, al Bastione Fiorito del Castello di San Giusto. In mostra da oggi - inaugurazione su invito alle 18 alla presenza dell’autore - 45 opere realizzate su carta secondo il metodo analogico o chimico che dir si voglia, la cui importanza e dignità il Festival vuole riaffermare.

«Occasione concomitante è anche - ricorda Claudio de Polo, presidente della Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia, promotrice dell’evento - la ricorrenza dei 180 anni dalla scoperta della fotografia, che vede il matematico, fisico e politico Arago presentare l’invenzione di Daguerre il 7 gennaio 1839 all’Accademia di Scienze di Parigi». Ospitando questa mostra, Alinari rende omaggio a Migliori e ai suoi settant’anni di attività nella fotografia: una vita di studio e di ricerca appassionati, mentre l’Italia si andava trasformando dopo l’uscita dalla guerra. Un’Italia che vediamo nelle splendide immagini di Migliori tra l’Emilia e il Sud realizzate tra il 1953 e il 1957”, raccolte fino al 16 gennaio all’Aim sotto il titolo ‘Un fotografo d'avanguardia nell'Italia del Neorealismo’.

Ed è proprio a questa fase più “tradizionale” dell’opera di Migliori - autore di uno dei percorsi più interessanti, molteplici, profondi e originali della cultura d'immagine europea - quella a cui la mostra e il catalogo che l’accompagna, curato da Sesti, si riferiscono, solcando le strade di un linguaggio, come fu quello neorealista, mutuato soprattutto dal cinema e della letteratura, e prettamente italiano. Sorto dalla crisi economica e d’ideali scatenata dalla 2° guerra mondiale e dai suoi esiti, tale corrente suggeriva la rappresentazione di un mondo nuovo, comprensibile a tutti. Ed ecco lo sguardo di Migliori scandagliare l’animo e la vita del popolo qualunque, al di là delle rappresentazioni edulcorate e preconfezionate del quotidiano. Un’operazione di rottura e quindi d’avanguardia all’epoca, che l’autore sfoggia - ed è qui che si rivela l’imprevedibile talento - anche per quanto riguarda le tecniche, i linguaggi e le tematiche di un’altra fotografia, apparentemente lontana anni luce dal neorealismo ma quanto questo sperimentale e d’avanguardia. Ed ecco allora la realizzazione, già dal 1948, anno in cui aveva iniziato a fotografare, di esperimenti con esiti riferibili in modo spesso antesignano al lessico informale e al concettuale, quali per esempio le “Ossidazioni”, i "Pirogrammi", i “Clichés verres”. Immagini non esposte in mostra, ma che fanno parte dell’incredibile bagaglio creativo e dell’inedita valenza visionaria di un grande artista, analitico e nel contempo totalmente libero come Migliori (classe 1926, nato a Bologna dove vive e opera tuttora), che Arturo Carlo Quintavalle definì non a caso “una delle figure chiave nella storia della fotografia”, presente in sedi prestigiosissime come per esempio il Moma e il Museum of Modern Art di New York. —



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