Luciano Rezzolla col suo staff ha fotografato per primo il buco nero

Oggi all’auditorium del Revoltella incontro con l’astrofisico già docente alla Sissa e oggi all’Università di Francoforte

l’intervista



Sarà oggi a Trieste lo scienziato Luciano Rezzolla, l’astrofisico che ha avuto un ruolo di primo piano nella realizzazione della recentissima e storica immagine di un buco nero. L’incontro si svolgerà all’auditorium del Museo Revoltella (ore 18.30). Rezzolla, direttore dell’Istituto di Fisica Teorica alla Goethe University di Francoforte e per molti anni docente di astrofisica anche alla Sissa, discuterà con il pubblico di come il suo staff di ricerca è stato in grado di ottenere la prima immagine di un buco nero. Una realtà tra le più indecifrabili, quella dei buchi neri, benché la fisica ammetta l’esistenza di molti di questi oggetti che, naturalmente, si prestano alla visionarietà dell’immaginario più fantascientifico. Ma cos’è un buco nero? «Un buco nero è una soluzione dell’equazione di Einstein – dice Rezzolla – ha la proprietà molto speciale, in fisica, di essere caratterizzato da una superficie chiamata orizzonte degli eventi e che consente un moto unidirezionale. Le cose possono entrare, ma non possono uscire. Nulla può uscire, nemmeno la cosa più leggera come la luce. Ciò avviene a causa della gravità intensissima».

Perché se ne parla così tanto?

«Perché probabilmente è un fenomeno che lascia spazio all’immaginazione, è un posto dell’universo dove le cose che accadono sono al di fuori della nostra comprensione. Il tempo ad esempio è rallentato. Dal punto di vista di uno scienziato rappresentano un po’ delle porte chiuse, perché sebbene le leggi della fisica non si rompano all’interno del buco nero – escluso al centro – dentro questa superficie, che può essere più grande del sistema solare, qualsiasi esperimento venga portato avanti non può essere comunicato all’esterno».

Prima della foto esistevano immagini sintetiche. Cosa sono?

«C’è l’immagine osservativa che è presa dai telescopi e poi c’è l’immagine sintetica che viene realizzata tramite delle simulazioni al computer. Nel corso dell’analisi dei dati osservativi è necessario ideare tante immagini sintetiche in modo tale da poterle confrontare con quelle osservate. In questo modo capiamo che tipo di oggetto è. Il nostro lavoro è stato quello di andare a confrontare tutte le immagini sintetiche che abbiamo costruito al computer con l’immagine osservata. Si tratta di un metodo per verificare se quello che abbiamo osservato, visto, corrisponde a quello che abbiamo simulato».

E corrispondeva?

«Corrispondeva fin troppe volte. È come se all’interno di uno stadio, con una fotografia sbiadita, avessimo selezionato troppe persone che corrispondono a quella fotografia. Non sappiamo esattamente quale di queste persone è quella giusta, però abbiamo una serie di sospetti di quali potrebbero essere e sono tutte persone che hanno delle caratteristiche comuni. È in questo senso che siamo convinti che si tratti di un buco nero, anche se non sappiamo esattamente di che tipo».

Perché questa fotografia è così importante?

«Perché i buchi neri per le proprietà che hanno, ovvero il fatto che la superficie non può emettere luce, non possono essere rivelati. Quindi anche se all’interno dell’astrofisica rappresentano degli oggetti comuni, è molto difficile dimostrare la loro esistenza e farne una foto è particolarmente complicato. L’importanza di questa foto è la dimostrazione che esistono, quindi per un fisico come me, che è turbato all’idea ci sia un posto dell’universo dove non può fare un esperimento, si tratta di venire a termini con questa nozione, cioè di accettarla».

Qual è stata la sua prima sensazione all’esito dell’osservazione?

«Avevamo già un’idea di cosa aspettarci, di come M87 sarebbe apparso. La prima impressione è stata quella di un “Accipicchia mi sa che eravamo nel giusto”, perché appunto tutto corrispondeva con ciò che avevamo simulato. La sensazione quindi è stata di sollievo, perché non abbiamo perso due anni a fare calcoli, conti e simulazioni inutili».

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