Ma le memorie dei nostri politici non svelano i segreti dell’appartenenza

Le testimonianze scritte tendono a esorcizzare  i buchi neri della propria esistenza e della storia

TRIESTE In prossimità di ricorrenze importanti – si tratti di muri abbattuti, di partiti infranti, di svolte generazionali – ad ondate successive ci arrivano le testimonianze dei protagonisti di allora. Fra di esse – e non potrebbe essere diversamente – spiccano quelle degli uomini politici o degli ex uomini politici. È un genere letterario antico, che affonda le sue radici nei secoli e che a tutti livelli non smette di suscitare interesse, curiosità o polemiche. Perché? È semplice, perché molti di noi c’erano allora, molti di coloro che oggi hanno i capelli bianchi o non ne hanno proprio, ciascuno a suo modo – chi come attore principale o come modesto comprimario, chi come semplice spettatore che si limitava ad esprimere il suo voto – ha avuto una parte nella rappresentazione. È così perché quando parliamo del 1968, di Piazza Fontana, della morte di Aldo Moro, della caduta del Muro di Berlino, della fine del Pci, di Tangentopoli e dell’uscita di scena di Craxi, stiamo in realtà parlando di “noi”.

Foto Lasorte Trieste 28/10/06 - Via Grego -
Foto Lasorte Trieste 28/10/06 - Via Grego -


Naturalmente il gusto del recupero e della sottolineatura di aspetti salienti di una contemporaneità che vorticosamente si allontana è sempre esistito e solo l’accesa propensione per l’io, la grande chiave narcisistica che ha caratterizzato chi è nato nei primi anni del Dopoguerra ci fa sembrare che quegli anni, i nostri anni, valessero di più, avessero un peso superiore a quelli che li avevano preceduti. Un inganno, una forma abbastanza grossolana di auto-illusione, perché basta rifocalizzare l’attenzione su chi è nato agli inizi del Novecento o alla fine della Prima guerra mondiale per dover ammettere che quella “storia” e i protagonisti di allora, non avessero nulla da invidiare alla storia e agli attori del secondo Dopoguerra.



In ogni tempo, comunque, chi della storia è stato interprete e protagonista, arrivando al crepuscolo della propria esistenza ha amato il gioco della “memoria” e ad essa ha affidato una ricostruzione del tempo di prima. Quanto valgono queste memoirs? C’è una correlazione, un legame fra la qualità delle opere e la qualità o lo spessore della vita di chi ricorda? Quale è il valore di “verità” che ci restituiscono? Quanto cioè – che già non conoscessimo – l’uomo politico che racconta il passato è in grado di rivelare sul contesto in cui operò, sui fatti, su di sé, sulle dinamiche reali dell’universo politico in cui ha operato? Ahimè, salvo alcuni casi, poco o nulla. Il più delle volte le “memorie” hanno un carattere selettivo e autoassolutorio. Si tende a ricordare e a mettere in luce ciò che può avere un’utilità futura, in buona sostanza ciò che può giovare alla propria immagine da morto. I libretti “memoriali” hanno cioè un obiettivo edificante, servono ad espungere, a correggere o a ridefinire proprio quei contenuti che più possono incidere negativamente sull’immagine che l’uomo politico lascerà ai posteri. Un esempio classico da questo punto di vista è costituito dai numerosissimi libri di “memorie” che un grande protagonista del secolo scorso, Vittorio Vidali, ci ha lasciato. In oltre una dozzina di libri Vittorio Vidali, alias Carlos Contreras, alias Enea Sormenti, ripercorre la propria vita di “rivoluzionario di professione”.

Lo fa salgarianamente e il lettore è trasportato dal Messico a Murmansk, da Madrid a Mosca, da New York a Trieste. Dopo tantissime pagine, tuttavia, resta un senso di disappunto: Vidali non ha rivelato nulla, ha eluso i passaggi profondi della propria esistenza politica, ci ha restituito un’immagine edulcorata e per molti versi addomesticata di ciò che quegli anni rappresentarono. Lo ha fatto perché portatore di segreti inconfessabili? Credo in minima parte. Lo ha fatto perché comunista? Neanche per idea, chiavi autobiografiche e tanta memorialistica di socialisti, democristiani, liberali, radicali o di ex terroristi mantengono la stessa chiave di elusione e di infeconda ambiguità. Lo ha fatto probabilmente perché inconsapevolmente intento a lavorare al proprio mito e per una sorta di pudore: la politica è appartenenza, e il senso di appartenenza impedisce di rivelarne i “segreti”. A cinquant’anni di distanza dalla sua morte, il libro di uno storico triestino, Patrick Karlsen, ne ripercorre, con pignoleria e amplissime fonti documentarie, la vita e le “imprese”. Eppure, nuovamente, al termine delle oltre 200 pagine ci si chiede se l’indubbia oggettiva fattualità abbia fatto chiarezza e reso giustizia al personaggio. Colpa di Karlsen? No, colpa della storiografia che è racconto metodologicamente impeccabile e denotato di ciò che è stato, ma è silenzio sulle passioni e quindi sulle motivazioni profonde degli uomini di quella stagione e di sempre.

E allora? Allora per capire di più serve affidarsi ad altri chiavi interpretative, in cui fa la sua comparsa un elemento narrativo, diverse chiavi di suggestione, parole o immagini che evocano e, appunto, sono disvelanti. È il caso dello strepitoso docufilm girato da Giampaolo Penco – anche grazie al lavoro di Karlsen – sempre sul nostro Vidali, in cui lo spettatore si immerge davvero nel tempo di ieri, anche in quello che non ha avuto modo di vivere.

Dunque è opportuno diffidare delle “memorie”, perché sono soggettivissime, perché tendono a esorcizzare i buchi neri della propria esistenza e della storia, perché infine rispondono a quella inconsapevole pulsione che accompagna tutti gli uomini politici o ex che siano e li spinge ad agire come se ancora e per sempre recitassero una parte su un palcoscenico per loro allestito.

Naturalmente ci sono le eccezioni. Rare, ma ci sono. Un esempio recentissimo ci viene dal libro di Gianfranco Carbone volto a ripercorrere i venti anni alla guida del Psi triestino che lo videro protagonista fra il 1972 e il 1992. Perché un eccezione? Perché Carbone è disvelante, Carbone va alla radice dei meccanismi che guidano la costruzione del consenso, la rete di interessi – vale per tutti, tutti, tutti – che a questo è legata, e infine racconta di come questo consenso, che inevitabilmente ha anche tratti eticamente deplorevoli, può sfociare in una costruzione virtuosa. Per alcuni versi Carbone rivela quello che non ho mai sentito raccontare a nessun uomo politico e cioè come nella quotidianità si legano assieme interessi, ideali, voglia di protagonismo, menzogna e verità, per un progetto che valga qualcosa per la collettività. Naturalmente Carbone racconta, ma Carbone è stato (e resta) uomo di “parte” e a quella parte – sconfitta e cancellata dal panorama odierno – rivendica la propria appartenenza, con una passione che solo l’intelligenza e spesso l’ironia, riescono a tenere a bada. Dunque, talvolta, dal piatto e auto-celebrante e auto assolutorio mondo delle “memorie”, affiorano frammenti che gettano luce sullo ieri e più ancora sull’oggi. Perché l’arte della politica – credo fra le più difficili e complesse dell’agire umano – resta nel tempo molto più simile a sé stessa di quanto possiamo immaginare. —

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