Ma quale scontrosa grazia? È affetto. E Mitteleuropa, come fosse Strehler

TRIESTE. Trieste le ha dato la “cittadinanza artistica”. E lei, Katia Ricciarelli, ha voluto festeggiare qui i cinquant’anni di carriera, facendosi un regalo speciale: per la seconda volta ha aperto da regista la stagione del teatro Verdi.
Caro amico, ti scrivo da Trieste...
…Una città stupenda che già conoscevo, ma che ho avuto modo di conoscere meglio come un luogo civile, con persone educate e un livello di cultura alto. A Trieste il mare è ovunque, lo puoi vivere veramente, anche con una semplice passeggiata. Non ho avuto molto tempo libero, ma si apriva ogni volta il cuore passando per Piazza Unità illuminata.
Non ha avuto l'impressione della celebre, “scontrosa grazia”?
Per niente. Le persone mi salutano per strada, sono affettuose. Sono molto grata di questa esperienza. L'anno scorso, dopo la prima dei Puritani, il sindaco, con i vertici del Verdi, mi ha sorpresa: “aprirai anche la prossima stagione”, mi ha detto. Non amo il rischio, ma mi tentano le nuove avventure e avevo la certezza di una squadra straordinaria. Così ho accettato la scelta azzardata e coraggiosa di una doppia prima, mai fatta in 50 anni di carriera: Turandot e Aida. Abbiamo voluto dimostrare che si può fare l’opera bene e senza strafare, con amore e professionalità.
Dove si trova il suo “luogo del cuore”?
In realtà ne ho molti, altrimenti non avrei potuto sostenere questa vita nomade. Una volta rispondevo “dove sta la mia famiglia”, che oggi purtroppo si riduce a una sorella. Certamente amo molto la mia terra, il Veneto, ma adoro la Puglia e ci sono città nelle quali vivo bene, in particolare Napoli e Trieste, dove l’ambiente è cordiale e accogliente. A Trieste poi si respira un’aria culturale diversa dal resto dell’Italia.
Stiamo parlando di Mitteleuropa?
Senz’altro, e si sente anche a teatro.
Cosa rappresenta per lei il teatro?
È certamente una dimensione parallela. Ed è speciale quando ha un pubblico e un’organizzazione speciali, dipende tutto dalla passione e capacità di chi lo guida.
Esiste un ruolo che non è mai riuscita ad amare?
Oh, sì, la Micaela della Carmen. Non l’ho mai sentita come vero e proprio personaggio.
Con quale donna dell'opera sente invece la maggiore affinità?
A detta di intenditori e critici, il ruolo di Desdemona nell’Otello di Verdi mi è congeniale. È il mio cavallo di battaglia, in questo ruolo ho anche inciso dischi e girato il film nella regia di Zeffirelli. L’ho cantato nei maggiori teatri, dal Metropolitan al Covent Garden. Sono particolarmente orgogliosa di essere stata l’ultima Desdemona di Mario del Monaco e la prima di Placido Domingo, due interpreti leggendari. Una grande soddisfazione.
Rispetto al passato, oggi si richiede ai cantanti lirici di recitare molto di più.
Faccio parte di una generazione che ha iniziato a curare molto la parte drammatica. È quello che cerco di fare con i cantanti quando sono regista.
Ha vinto il Nastro d'argento come attrice per “La seconda notte di nozze” di Pupi Avati. I cantanti lirici sono automaticamente attori?
Sono cose molto diverse. Molti pensano che io sia stata facilitata essendo cantante, ma non è vero, anzi. Quando giri un film facendo quello che fai nell’opera, ad esempio gesticolare o scandire troppo le parole, è tutto sbagliato. Nel film di Pupi Avati non si doveva sentire quasi la voce, la mimica facciale doveva essere discreta, senza smorfie, i gesti pochi. Non è stato facile e mi sono presa anche dei rimproveri.
E il triestino Strehler l’ha mai rimproverata?
No, anche perché con lui facevo opera. Un grande, sono felice di aver lavorato con lui. Aveva un carattere non facile: passionale, decisionista, duro, ma è difficile trovare un regista come è stato lui, capace di non prevaricare.
Nella sua carriera ha lavorato con molti artisti carismatici, come Von Karajan.
Era molto capriccioso, testardo, ma sempre a favore del cantante. Ad esempio non ti faceva respirare a comando, mentre alcuni ti forzano a far scoppiare i polmoni. Imponeva piuttosto le giuste e necessarie logiche del fraseggio, del modo di interpretare. Non costringeva mai a cose impossibili. Tuttavia avrebbe potuto permettersi di chiedere qualunque cosa.
Insegnamento, regia, direzione artistica: sono queste le sue passioni oggi e tra queste quale la maggiore?
Stare comunque in mezzo alla musica, al canto. Amo stare con i giovani, organizzare eventi, trovare i personaggi giusti, perché se non c’è competenza nello scegliere i personaggi, ogni direttore artistico perde valore. E mi piace anche recitare. Mi ritengo una donna molto attiva e questo lavoro mi mantiene giovane.
Quali sono i nodi fondamentali nel futuro della lirica?
Ci vogliono scuole, accademie, la pazienza di chi insegna. In tutta la mia carriera non ho mai preteso soldi dai giovani che venivano da me a chiedere consigli. Quando insegno, lo faccio nell’ambito di masterclass. Lo studio impone molti investimenti che sono a carico delle famiglie, perché ai ragazzi non viene data l’opportunità di lavorare. Abbiamo l’obbligo di alleviare questo percorso e i teatri devono dare loro la possibilità di capire se sono nati per fare questo lavoro. Stando sempre in classe, non possono costruirsi un curriculum.
E il pubblico?
Per i giovani che vanno a teatro sono gli insegnanti ad avere il compisto di accompagnarli con le necessarie spiegazioni, e le famiglie devono integrare e incoraggiare questo percorso. Per i più piccoli occorre scegliere le opere giuste, quelle a lieto fine e dallo stile accattivante: l’Elisir d’amore, il Barbiere di Siviglia, la Cenerentola. Facciamoli entrare nell’opera come in una fiaba.
Che musica ascolta nel tempo libero?
Ascolto musica sinfonica, adoro i Queen e Freddie Mercury è il mio idolo. Poi anche gli italiani: Zucchero, Renato Zero…
E l’opera?
No(ride), quella preferirei di no...
Riproduzione riservata © Il Piccolo








