MANIFESTI POLITICI LIBRO AL SINDACO DORIGO
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Ciao manifesto, che muri, tabelloni elettorali, affissioni più o meno autorizzate ti siano lievi. Sei stato per buona parte del secondo dopoguerra il principale strumento della comunicazione politica, poi, dalla cosiddetta seconda repubblica a oggi, con una forte accelerazione negli ultimi vent’anni, hai perso importanza, creatività, originalità, attrattività, mordente, travolto dai nuovi vettori legati alla rete.
Vittima del tramonto delle ideologie, che per decenni hanno alimentato simboli e slogan della battaglia politica. Rappresentavi un momento di mobilitazione attivistica, quando si organizzavano le squadre per attaccarti in giro per la città e nelle sedi dei partiti si preparavano i secchi di colla. D’altronde, per cogliere la tua crisi, bastava gettare lo sguardo sulla desertica desolazione degli spazi elettorali in occasione delle ultime amministrative triestine. Un ulteriore capitolo della difficoltà epocale attraversata dalla carta: giornali, libri, anche manifesti ... appassionatamente avviluppati in questo declino materico.
Un recente studio di Edoardo Novelli (“I manifesti politici. Storie e immagini dell’Italia repubblicana”, Carocci, 24 euro), docente nell’Università Roma Tre, raccoglie un campione di 100 manifesti dall’alba democratica immediatamente postbellica fino a un collage street art affisso nel centro di Roma che ritrae Matteo Salvini e Luigi Di Maio mentre si baciano. Sono trascorsi tre quarti di secolo e si vede, nel messaggio come nel segno.
Il libro diviene fatalmente una sorta di racconto illustrato della vita politica nazionale. I temi scelti da Novelli scorrono in linea cronologica i grandi dibattiti e le forti tensioni che hanno caratterizzato l’agone pubblico. Si comincia da argomenti che sembrano veramente remoti, come la riforma agraria, mentre la guerra fredda Ovest/Est accende la polemica su comunismo e anticomunismo, che rappresenterà fino alla caduta del muro berlinese il determinante cleavage del quadro politico. Nella giostra anche Trieste 1954. Ecco il boom economico degli anni Cinquanta-Sessanta, che ribalta abitudini e stili di vita di un Paese fino ad allora prevalentemente agricolo.
Poi il decennio Sessanta, soprattutto nella fase finale, scuote il mito del benessere: la protesta studentesca e operaia, l’attentato di piazza Fontana a Milano che inaugura la cupezza degli anni di piombo. Novelli rievoca gli animati confronti sui cosiddetti diritti civili, divorzio e aborto. Cresce l’attenzione sulla tematica ambientale, che avrà un importante suggello nel referendum sul nucleare nel 1987.
Gli anni Ottanta, stagione del rilassamento ideologico (il “riflusso”), vedono novità anche iconografiche, più personalizzate: s’intensifica la presenza dei volti dei leaders sui manifesti. Inizia Craxi, c’è l’immagine di Berlinguer in occasione della morte avvenuta a Padova nel 1984, un super primo piano di Almirante. Nel decennio successivo cambiano i soggetti: addio a Dc, Pci, Psi, Msi, ecc., avanti con Forza Italia, An, Ds, Margherita, Ulivo ... Il tradizionale format 70x100 lascia progressivamente il posto ai 6x3 mutuati dalla pubblicità commerciale.
Accanto alla storia politica emerge parallela una storia artistica, che si evidenzia soprattutto nel periodo successivo al 1945: futurismo, costruttivismo, liberty, realismo, a volte incrociati. I partiti hanno uffici “propaganda” che pensano le campagne, talvolta aiutati da professionisti della grafica come Michele Spera, Albe Steiner, Ettore Vitale. C’è il contributo dei pubblicitari, come Marcello Dudovich che dà una mano alla Dc. Le “griffe” della satira politica escono dalle vignette e si allargano nei manifesti: Guareschi, Jacovitti, Crepax, Chiappori, Altan. Un habitat culturale e artistico di cui la comunicazione social non ha bisogno: la qualità della politica odierna ne è malinconica testimonianza. —
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