Marco Frittella a GeoGrafie: «Nessuno ci crede ma siamo un Paese “green”»
Alex Pessotto / monfalcone
Non è un libro per esperti: non tabelle o grafici, non una teoria sull’economia circolare, ma storie con tanto di nomi e cognomi per raccontare quei cittadini del nostro Paese che, in materia di ambiente e sostenibilità, lasciano un segno profondo. “Italia green” (Rai Libri, pagg. 240, euro 18) porta la firma di Marco Frittella, che oggi, alle 11.30, in un appuntamento realizzato in collaborazione con il festival Leali delle Notizie, sarà per Geografie in piazza della Repubblica a Monfalcone o, in caso di maltempo, alla Biblioteca Comunale. A dialogare con il conduttore del Tg1 e quest’anno anche di Unomattina, sarà il direttore de “IlPiccolo”, Enrico Grazioli.
Frittella, l’Italia è un Paese “green”?
«Siamo oppressi da molti problemi, come la Terra dei Fuochi e le ecomafie, ma crediamo che siano la parte prevalente del panorama nazionale. Invece c’è un’Italia virtuosa sotto il profilo ambientale e dello sviluppo sostenibile, al punto che siamo primo Stato in Europa per quanto riguarda l’economia circolare: la nostra media di raccolta differenziata è il doppio di quella europea, molto superiore a quella tedesca, francese, inglese e spagnola».
Significa che siamo più bravi?
«Significa che abbiamo sviluppato più di altri i meccanismi produttivi legati a quel tipo di economia, attraverso un reticolo di aziende di consorzi, di start up, di ricerca e tecnologia per cui il riuso di prodotti utilizzati e consumati è molto più ampio che in altri Paesi. Tanto è vero che, considerando tutti gli elementi che definiscono un’economia circolare, l’Enea, su base Eurostat, dà all’Italia un indice di circolarità pari a 100, mentre quello della Germania è di 89. È un dato sorprendente e il 51% degli italiani non ci crede».
Dove nasce questa cultura “green”? Dalla politica, dai cittadini?
«Riguardo l’aspetto normativo abbiamo una serie di problemi, di lentezze, ma anche di virtù, perché abbiamo adottato alcuni provvedimenti in materia prima di altri, penso alla plastica monouso. Siamo stati apripista in Europa. Comunque, sì, riguardo le norme abbiamo più problemi di altri. Invece, l’elemento molto importante è la dinamica socioeconomica: l’insieme di aziende, istituti di ricerca, consorzi, associazioni, singoli cittadini produce un’ecosostenibilità molto forte. Non dimentichiamoci che in quest’ambito c’è il green business: molte aziende italiane si sono rese conto prima di altre che soddisfare la richiesta di “green” del consumatore le aiuta a svilupparsi, fa loro conquistare fette di mercato».
Il problema normativo è soprattutto di tipo burocratico?
«La burocrazia si limita ad applicare più o meno bene le norme che ci sono, ma è solo la parte terminale del problema. Se c’è una giungla normativa, se c’è una stratificazione pluridecennale di leggi tra loro contraddittorie, è un problema, appunto, normativo e legislativo. E noi ci siamo complicati la vita in una foresta inestricabile di norme che frenano la dinamica di cui parlo. Ma non la fermano». —
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