Mariana Leky inventa il mondo secondo “Quel che si vede da qui”



Un piccolo paese del Westerwald germanico, terra boschiva che è “una magnifica sinfonia di verde azzurro e oro”, una nonna Selma appassionata di Mon Chéri che ogni tanto sogna un okapi, zebra tapiro capriolo topo e giraffa insieme, un mix onirico segno certo della morte in arrivo entro ventiquattro ore, un ottico mutamente innamorato da sempre di lei particolarmente abile nel trovare correlazioni tra oggetti che non hanno nulla in comune. È un’invenzione continua “Quel che si vede da qui” (Keller editore, pagg. 327, traduzione di Scilla Forti, 18 euro) di Mariana Leky, che vive tra Berlino e Colonia e con questo libro, tradotto in quattordici lingue e in adattamento cinematografico, ha centrato un grande successo di vendite. Un vero comfort book, che consola, diverte, trascina in quella poesia che ci aiuta a instaurare un’intimità con il mondo. È Luise a raccontarci cosa succede quando la nonna sogna l’okapi e tutti sono irrequieti, ma nessuno terrorizzato “perché in genere il terrore richiede certezze”. Il vecchio contadino Haubel, vissuto così a lungo da diventare trasparente, si mette a letto e aspetta, fermamente convinto che la morte sarà gentile, come lo è stato lui per tutta la sua esistenza e si alza solo per aprire l’abbaino affinché la sua anima possa volare via senza problemi. Il postino in pensione decide di non muoversi più e perde la vita per paura di perdere la vita e tutti si guardano alle spalle e alcuni decidono che è giunto il momento di rivelare una “verità segreta” (prima di morire, pensano, bisogna essere sinceri, almeno in extremis). L’ottico decide di portare a Selma una pila di lettere lasciate a metà in cui le dichiara il suo amore, ma viene fermato dall’intera colonia di voci interiori che lo accompagnano e lo strapazzano. A morire è invece Martin, l’amico del cuore di Luise, caduto da una porta mal chiusa del treno di ogni giorno.

Nella vita di Luise ci sono, naturalmente, una mamma fioraia che da sempre si chiede se deve lasciare il marito e un padre medico che a forza di dire a tutti che “devono far entrare un po’di mondo” alla fine nel mondo si disperde, per tornare solo di tanto in tanto. E c’è, necessariamente, anche l’Amore, che irrompe, dodici anni dopo il lutto che l’ha fatta restare ininterrottamente abbarbicata a Selma per tre giorni, quando Luise incontra un monaco bellissimo dedito alla meditazione ambulante che, ahimè, vive in Giappone. Con il monaco entra nel libro anche il buddismo, che l’ottico studia appassionatamente e sui cui insegnamenti si tormenta. Solo quando Selma sta per andarsene capisce cosa significhi che “quando guardiamo una cosa essa può sparire dalla nostra vista, ma quando non ci sforziamo di vederla, essa non può sparire”.

Leggendo viene in mente Il mondo di Amélie, ma anche il Delicatessen creato nel’91 dai due fumettisti francesi Jeunet e Caro con un deciso pizzico di cinismo in più. E viene voglia continuamente di prendere nota: chi mangia del pane trovato in giro perde la memoria, gli aeroporti pullulano di verità accuratamente nascoste che all’ultimo momento spingono per venire a galla, non c’è bisogno di conoscere una persona per innamorarsene e, d’altra parte, chi mangia un cuore di pipistrello non prova più alcun dolore. —



Riproduzione riservata © Il Piccolo