Mi devi un cinquanta, maestra Gallo. Perché il mio romanzo ora è canzone

La sfida arriva da un collettivo che ama le contaminazioni: diventare paroliere. Scrivo e scarto, riscrivo e ascolto. Poi la musica, su un ricordo d’infanzia a Trieste 
Collage of student profiles and education subject choices
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TRIESTE E così, dopo mezzo secolo, anche la maestra Gallo torna a galla. La maestra Gallo aveva un viso, per scherzo di natura e d’anagrafe, da uccello: il becco adunco, gli occhi sporgenti e bargigli di gioielli al collo, le labbra rosse rosse e radi capelli cotonati, una specie di cresta o di toupet male ancorato, sempre in procinto di volare via quando, rapita dalla musica o dal cinciut, sbatteva la testa di qua e di là. Moira Orfei ma assai più brutta, dedita all’opera del Teatro Verdi e non al circo, decisa ad ammaestrare noi bambine intimorite dalla mole severa di pachiderma del pianoforte a coda e dalla sua, una corpulenza di broccato con arabeschi d’oro.

Appollaiata sul povero sgabello a tre piedi, iniziava a strimpellare, noi a dondolarci sulle gambe esili nell’attesa di far bene, e pareva ci scappasse la pipì.

La maestra Gallo, che assomigliava proprio a un gallo e non, come sarebbe stato più adeguato, a una gallina, resuscita alla memoria una mattina d’agosto dell’anno scorso, quando un amico artista mi propone di scrivere una canzone:

«Si tratta di un progetto originale: dieci scrittori che non hanno mai scritto una canzone scriveranno dieci testi che poi verranno musicati.»

«Non posso, sono stonata.»

«E chi l’ha detto?»

«La maestra Gallo.»

La conversazione si svolge al telefono, sono seduta ma rispondo sull’attenti, con le braccia lungo i fianchi e un fiocco di gros-grain sghembo sul grembiule, regredisco nella vergogna intatta di una sentenza. A fianco del pianoforte, canto va’ pensiero, sono la più piccola del coro e non ho orecchio.

«Non puoi far stonare tutte quante! Siediti lì e ascolta, da oggi le altre canteranno e tu starai solo a guardare. Puoi disegnare, se vuoi.»

Ammutolisco.

Le ali dorate della mia carriera musicale spezzate sul nascere, durante una delle prime lezioni di “Dizione e Canto”, in un pomeriggio d’inverno della prima o seconda elementare.

La decisione cattiva della maestra Gallo avrebbe potuto far di me una pittrice, grazie anche alla mia nuovissima scatola da settanta pennarelli Stabilo, ma così non è stato, mi sono inventata un mondo di parole silenziose, quelle che suonano sulla pagina senza far rumore.

L’amico cantante, con la sua voce di velluto alla quale è difficile dire di no, mi incoraggia, lo ringrazio, il progetto è bello, dico tento, poi mi pento.

Torno al mio banco e mi domando: come si fa a scrivere una canzone?

Non ho mai avuto coraggio di cantare neanche le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi in gita scolastica, né stoviglie color nostalgia più avanti, durante le occupazioni del liceo, canto solo in macchina e da sola, però, come Shazam, so riconoscere un brano dall’attacco e non sbaglio mai.

Canto dentro da sempre o, forse, da quando mi è stato detto che cantare fuori non fa per me.

Devo disegnare, perciò, una canzone con le parole. Illustrare un’opera, prima con la Bic e poi con il bianco e nero del Times New Roman, intonare un’idea all’alfabeto, tamburellare sulla tastiera del Mac. L’opera è la mia. Sto lavorando alla revisione del mio ultimo romanzo: L’età straniera. Sono immersa nella storia di Leo e Florin, è da un po’ che convivo con loro. Non ho altro in testa: la parlantina di Leo e i silenzi di Florin.

Questa volta è Florin a offrirsi: perché non lasci cantare me? Mi hai tolto la parola nel romanzo, fammi cantare.

E così, provo. Provo a dare voce al personaggio che non parla, a farlo mormorare accordandosi a un ritmo che trovo nelle scatole di ciddì in cantina, negli ellepì persi nei traslochi, nei biglietti dei concerti ai quali non vado più, rintanati tra le pagine di un libro sulla vita di Piero Ciampi, un la-la-là che non so far uscire dalla gola: tu no, amore no.

Cerca da solo la sua sonorità di fragile animale notturno Florin, tra la polvere di note che si è depositata negli anni, e forse scartabella con mani troppo grandi per donare un fiore reperti di poesia e inventa un’altra magia per far danzare le parole anche quando tutto tace.

Scrivo e scarto, riscrivo e ascolto.

Ci vuole il refrain, mi dico, e il refrain si compone sull’aria di non so che cosa.

Inizio a canticchiare, il gatto si copre le orecchie con le zampe.

Scrivo di Florin: Florin e un fiocco sbilenco di bambino ad aspettare sul marciapiede un cliente con il toupet. Penso a un ritornello triste che si ripete, che parla di uomini che pagano un ragazzino disgraziato per fare sesso. Penso agli uomini che sfruttano ragazzine indifese. Ma Florin, questa volta, si ribella.

Non importa come poi le parole verranno tradotte in musica, se ci riconosceremo o meno, i lettori ricreano i romanzi, i musicisti hanno talenti che io non ho.

“Dico cento, poi mi pento, mille potrebbero bastare, per sognare, migrare, dimenticare. Cinquanta per stare solo a guardare”.

Mi devi un cinquanta, maestra Gallo.

(Nota: Cinciut = folletto maligno.

Gaver el cinciut = avere la luna di traverso.) —

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