Dai balli con Grace Kelly alle tensioni con Niki Lauda e Flavio Briatore: la F1 raccontata da Riccardo Patrese

Il pilota ospite a Monfalcone domenica 29 marzo nell’ultimo giorno del Festival Geografie 

Paolo Marcolin

Non è un’autobiografia tradizionale, ma un viaggio nella memoria quello che Riccardo Patrese ripercorre in “F1 Backstage. Storie di uomini in corsa” (Rizzoli, 2024) e che l’autore presenterà a Monfalcone domenica 29 marzo  alle 16.30 in Piazza della Repubblica (Spazio Nord) nell’ultimo giorno del festival Geografie. A dialogare con lui il condirettore de Il Piccolo Alberto Bollis  Patrese rievoca l’epoca d’oro con la Williams al fianco di Nigel Mansell e le stagioni difficili e i rapporti complessi con personaggi come Flavio Briatore, Niki Lauda e James Hunt. Non mancano episodi inediti: il valzer con Grace Kelly, una partita a golf con il principe Ranieri di Monaco, un Giro d’Italia di Endurance con Renato Pozzetto e l’amicizia con figure come De Angelis, Senna ed Ecclestone. Un capitolo centrale è dedicato al tragico incidente del 1978 in cui morì Ronnie Peterson, per il quale Patrese fu ingiustamente ritenuto responsabile per anni.

Patrese, lei si definisce un sopravvissuto.

«Con gli incidenti che ho fatto potevo finire molto male, ma grazie a dio sono ancora qua. Sono un sopravvissuto ma anche un privilegiato, perché ho fatto quello che mi è piaciuto».

Il rischio di morire?

«Non ci si pensava, c’era la passione, il bello della guida veloce, si era fatalisti. Purtroppo succedeva che qualcuno morisse».

Rispetto alla F1 di oggi, la sua era più pericolosa e più autentica e quella di oggi più sicura e più finta?

«Oggi le macchine e i circuiti sono più sicuri. Si corre con regolamentazioni per me un po’ esagerate, ci sono molte restrizioni che impediscono ai piloti di potersi esprimere liberamente».

Oggi la F1 è più spettacolo o più business?

«Una volta l’evento sportivo era la cosa più importante, la gente andava per quello, per sentire cantare i motori, cosa che adesso non succede più, non ci sono più gli aspirati da 10, 12 cilindri che solo sentendo il motore immaginavi tutto il giro. Oggi si va molto per socializzare, la gara è di contorno all’evento mediatico».

L’automobilismo è ancora il suo sport?

«Lo è ancora, anche se ai miei tempi era diverso e non cambierei la mia F1 con questa, però quest’anno la guardo con più curiosità perché c’è un italiano, Andrea Kimi Antonelli, che compete per vincere il mondiale: è dal mio 1992 che non succedeva».

In quell’anno lei arrivò secondo, si sente un campione mancato?

«Anche se non sono stato campione del mondo ho avuto una carriera molto intensa, avrei potuto vincere più gran premi ma sono contento di quello che ho ottenuto in diciassette (ha vinto sei Gran premi ed è stato ben 37 volte sul podio, ndr).

Il suo rapporto con Flavio Briatore?

«Non è stato un rapporto idilliaco, Briatore aveva creato un ambiente in cui mi sono sentito scomodo al punto che mi è venuto l’input di smettere».

Niki Lauda?

«Diciamo che era un buon politico, uno che sapeva come tirare l’acqua al proprio mulino. Come pilota era bravo, ma se non avesse avuto una macchina super non avrebbe vinto, come invece hanno fatto Senna e Schumacher e oggi Verstappen».

In passato, nella sua Formula Uno, contava di più il pilota della macchina?

«Il pilota decideva quale soluzione tecnica adottare, era lui che doveva fare delle scelte, oggi è un esecutore di quello che gli dice il box. La macchina gli viene data già pronta, noi passavamo più tempo a testare le macchine che a fare i gran premi».

Dopo l’incidente in cui ha perso la vita Ronnie Peterson lei si è sentito abbandonato dalla F1?

«No, perché la F1 non ha preso nessuna sanzione nei miei confronti. Era stato il giudice a mettermi sul banco degli imputati e per tre anni ho subito un po’ di gogna mediatica, ma avevo la coscienza a posto perché sapevo che non avevo influenzato l’incidente».

La Ferrari sfiorata, quanti rimpianti?

«L’ingegnere mi voleva, poi non si è fatto niente. Però ho un figlio, Lorenzo, che corre con la Ferrari Gp3, per cui un Patrese ce l'ha fatta a guidare la Rossa».

Come papà oggi è preoccupato quando suo figlio è in gara?

«No. Tranquilli non si è mai, ma non sono solo le corse in automobile ad essere pericolose. In fondo bisogna essere fatalisti». —

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