A Trieste l’avanguardia è donna: in mostra Fini, Lupieri, Melan, Pittoni e Reina

Al Magazzino 26 la grande esposizione​​​​​ sulle cinque artiste globali degli anni ’20

Dopo il grande successo conseguito all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, sono riunite per la prima volta a Trieste nella mostra “L’arte triestina al femminile nel ‘900 d’avanguardia italiano ed europeo”, ideata e curata da Marianna Accerboni, che s’inaugura mercoledì 22 luglio  alle 19 al Magazzino 26, Leonor Fini, Maria Lupieri, Maria Melan, Anita Pittoni, Miela Reina: cinque artiste triestine che hanno rappresentato l’avanguardia assoluta a partire dagli anni Venti a livello locale e internazionale, esportando con successo in tutto il mondo i loro poliedrici linguaggi (pittura, fashion, scenografia, costumi teatrali, arredamento, gioielli ecc.) di libertà e innovazione sia nello stile di vita che nell’arte.

L’esposizione è realizzata in coorganizzazione con il Comune, media partner Il Piccolo e con il sostegno di Fondazione CRTrieste, Le Fondazioni Casali ETS, Ciaccio Arte / Big Broker Insurance Group, Azienda Agricola Zidarich, Videoest, Gruppo Ermada, Finzi Carta. In mostra oltre 220 opere tra dipinti, disegni, bozzetti teatrali e di moda, ceramiche, fotografie, lettere, documenti, libri, abiti, gioielli, accessori, profumi e materiali d'archivio.

I destini delle cinque artiste, Self made women entusiasticamente apprezzate da Gillo Dorfles, s’intrecciano inizialmente in una Trieste dove si formano frequentando nel quotidiano Saba, Svevo, il pittore Arturo Nathan, il futuro gallerista Leo Castelli, Bobi Bazlen, grande traghettatore della letteratura dell’Est europeo in Italia, e lo stesso Dorfles, loro coetaneo.

La Fini è presente con opere in gran parte realizzate a Trieste o provenienti da collezioni pubbliche e private triestine. Tra i dipinti, l’iconico autoritratto del Revoltella, una raffinata e inedita tela dedicata al Carcere di Capodistria e una al porto di Trieste, dipinte intorno ai vent’anni, e il potente ritratto di una nobildonna triestina che viveva negli anni ’40 a Roma, che testimonia con un’inedita collana di foglie (e non di brillanti!), l’estro infinito di Leonor; i finissimi ritratti a matita nella sua prima maniera giovanile del triestino d’importazione Paolo Pizzoni (1928) e dell’editore Giovanni Scheiwiller (1929); le ignote ceramiche con i fantastici decori a tema gatto prodotti negli anni ’50 dalla Società Ceramica Italiana di Laveno Mombello (Va), inserite nelle forme dell’architetto triestino Guido Andloviz e della grande designer Antonia Campi. E poi, tra gli altri, il bozzetto per il costume di Anna Magnani per il film di Jean Renoir “La carrozza d’oro” e le cartoline inedite, appartenute alla madre Malvina Braun, che raccontano di un’Argentina selvaggia, quella in cui nacque nel 1907 la pittrice.

Serpeggia in mostra il fascino dell’esoterismo, di gran moda nell’Europa del primo ‘900, anche in ragione dei milioni di morti della Grande Guerra con cui i parenti cercavano un contatto: disciplina condivisa da Dorfles con Fini e Lupieri, di cui l’intellettuale triestino era grande amico.

Di ambedue, la mostra propone anche opere legate all’occulto, più torbide quelle della Fini, più giocose e narrative quelle della Lupieri. Di quest’ultima, cui Dorfles riconosceva grandissimo talento, ritenendola più interessante di Leonor, sono esposti dipinti, disegni per tessuti e oggettistica femminile di design, tra cui vari inediti.

Pittoni è sobria e geniale sperimentatrice di tessuti e fogge d’avanguardia in cui intreccia lana, juta e cotone con rayon, bobalan (sniafiocco o fibra artificiale prodotta dalla Sniaviscosa) a fili di ginestra, rame e argento. Dopo il secondo conflitto mondiale si trasformerà, con il supporto di Saba e altri intellettuali, in editrice. In mostra alcune delle sue rarissime edizioni.

Un po’ diversa appare la vicenda della più giovane Miela Reina, classe 1935, che, partita dall’espressionismo figurativo, promosse happening d’avanguardia, creando in diretta davanti al pubblico, durante gli spettacoli, le proprie scenografie: la sola artista – così Dorfles - dell’area giuliana ad aver creato dagli anni Sessanta ai Settanta un’opera degna di essere considerata come una solitaria e inimitabile avventura della fantasia”.

La mostra, oltre a testimoniare l’avanguardia dell’arte triestina femminile del ‘900, svela le caratteristiche precipue di una città fuori dalle righe rispetto al contesto italiano, allora eccezionalmente all’avanguardia sul piano culturale e dei costumi, da cui germina certamente il suo fascino attuale, recentemente riscoperto (fino al 27 settembre,  giov 16-20 / ven sab dom e festivi: 11-20 / info: www.triestecultura.it / +39 335 6750946).

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