Valerio Aprea e il libro con Makkox: «Si ride per non piangere»

L’attore sarà martedì a Gradisca ospite della rassegna Lettere mediterranee per presentare la raccolta di piccoli racconti che alternano comicità irresistibile e riflessioni amare

Federica Gregori
Valerio Aprea in una scena di «In mezzo al mare».
Valerio Aprea in una scena di «In mezzo al mare».

Nei loro monologhi si ride tantissimo. Ma spesso, due secondi dopo, arriva quel momento in cui si pensa: «Aspetta... ma questa cosa la faccio anch’io». È lì che emerge l’acume della coppia formata da Valerio Aprea e Makkox: partire da dettagli minuscoli – un passaggio a livello, una chiave caduta in una grata, un’anta della doccia che non scorre – per raccontare, con ironia e precisione chirurgica, le nevrosi di un Paese che sembra incapace di cambiare davvero.

Nati per il programma tv Propaganda Live, quei monologhi sono diventati libro, Il (vero) problema di questo Paese, e domani, alle 21, approdano sul palco del Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo: è l’incontro-reading a ingresso libero che apre Lettere Mediterranee, la rassegna di talk che anticipa i concerti del festival Onde Mediterranee.

Sul palco Aprea darà voce ad alcuni dei 34 testi scritti insieme a Marco D’Ambrosio, in arte Makkox: piccoli racconti che alternano comicità irresistibile e riflessioni amare, restituendo uno specchio sorprendentemente fedele dell’Italia di oggi.

Aprea, con Makkox partite da dettagli minuscoli e finite per raccontare l’Italia. È più facile spiegare un Paese partendo dalle sue piccole assurdità che dai grandi temi?

«In realtà, il fatto di partire da minuzie è più una cifra drammaturgica tipica di Makkox, che ne è il principale autore. Perché questo libro, come ripeto sempre, è scritto a tre mani più una, la mia. Come tutti i monologhi che faccio a Propaganda Live e che abbiamo raccolto in questo volume. Quindi tutto nasce dalla sua penna che ha questa caratteristica: di partire da un dettaglio. Il mio ruolo è di collaborazione, di editing, metto mano in rifinitura, messa a punto e ottimizzazione. Poi, quando partiamo magari da una mia idea, altrettanto io, allineandomi a lui per osmosi, attacco da uno spunto, da una suggestione circoscritta, che poi sviluppiamo. Quindi è più una questione tecnica di scrittura. Tanto più che tutti questi monologhi nascono in questi cinque anni senza l’idea di essere poi raccolti in un volume: che è qualcosa nato a posteriori, quando ci siamo accorti che effettivamente tutto questo poteva costituire un grande puzzle».

Che effetto cercate, la risata che fa un po’ male?

«È così: perché ci accorgiamo che stiamo ridendo, alla fine, di noi stessi. Guai a indulgere nella risata fine a se stessa, mai ridere in modo sterile. A noi piace ridere in modo quadridimensionale, ludico, sfaccettato. Ci piace ridere per non piangere. Quindi sì, l’ingrediente amaro, dove non ci sarebbe niente da ridere, è fondamentale per ridere a un certo livello».

Makkox scrive che il monologo, per funzionare, deve essere anche un po’ “paraculo”, istrione, populista. Lei che poi li porta in scena: quanto li tradisce? Quanto li riscrive con il corpo, la voce, il ritmo?

«Certamente li riscrivo in modo corporale, fisico, motorio, gestuale, espressivo. Imprimo all’esecuzione dello scritto la mia cifra che ha una sua peculiarità piuttosto variopinta, come mi dicono. Non so come definirla: al limite dell’ipercinetico. Quello è un mio modo di corredare il testo con delle “grucce” espressive, per dare anche qui quadridimensionalità alla resa scenica. Penso di essere una persona che fa fatica a comprendere le cose della vita, ma comunque le cose mi vengono dette e spiegate. Quando assisto a un film o a uno spettacolo teatrale, ho bisogno che mi si spieghi molto, molto bene quello cui sto assistendo, allora proietto sugli altri questa mia lacuna neurologica. Ritengo di dovermi spiegare altrettanto bene aggiungendo gestualità: penso che lo spettatore, se faccio così, capisce meglio».

Ha interpretato personaggi spesso paradossali e che non vacillano mai: il latinista di “Smetto quando voglio”, lo sceneggiatore di Boris sono graniticamente convinti di avere ragione. Non li invidia un po’?

«Da morire. Io sono il dubbio fatto uomo, prendo le royalties sul dubbio. Sarebbe il mio sogno vivere senza. Poi, certo, si può anche fare l’elogio del dubbio: c’è chi ne va fiero, e anch’io sono orgoglioso di averne. È una qualità, soprattutto rispetto a chi è sempre tranchant e inamovibile nelle proprie certezze. Diciamo che il dubbio è un pregio, purché non scivoli nella patologia».

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