Nel condominio di Canzian vite trafitte dalla solitudine

La raccolta appena uscita nella collana diretta da Maurizio Cucchi. L’autore è anche animatore degli incontri della “Scontrosa grazia”



Tutto appare straordinario talvolta, in casi rari, più che rari eccezionali. Molto più comune è la vita ordinaria, ripetitiva, senza desideri né certezze e più spesso con qualche desiderio perennemente frustrato. È la realtà frontale dell’esistere, con buona pace dell’epica social che ci vorrebbe tutti attivi, belli, dinamici.

La poesia, in genere, non ha ardue sentenze, ma si prende la rivincita sull’illusionismo di certi affreschi epocali, ridipinti ad uso e consumo di una qualche verità. È quello che fa Alessandro Canzian nel “Condominio S.I.M.” (Stampa 2009, pag. 108, euro 14), fresco di stampa nella collana diretta da Maurizio Cucchi, una collana ormai storica, che accosta grandi autori a poeti più giovani. Canzian con la poesia ha sempre avuto a che fare, sia come editore (della Samuele Editore), sia come operatore di laboratori e cicli di incontri poetici a Trieste, tra cui “Una scontrosa grazia”. Soprattutto da sempre scrive versi e “Il condominio” è la sua ultima prova, non senza restituirci un paesaggio “insolito”, la sua personale elaborazione di Pagliarani e la sua “Ragazza Carla”.

La donna in questione non è Carla, ma Olga, come la prima protagonista di un esistere piano, fatto di chiusure ed aperture, sobbalzi lievi e poco amore. Ma non è l’unica. I personaggi di Canzian sfilano a uno a uno, dividendo le sezione con i loro rispettivi nomi. Nomi comuni, nomi di tutti i giorni, nomi il cui il suono, i gesti, le azioni ci evocano «l’anonima condizione delle innumerevoli figure della realtà umana» scrive Cucchi nella prefazione.

Ed effettivamente la linearità del verso si accorda in perfetto equilibrio con la descrizione di queste esistenze “trafitte” dalla consuetudine, vite solitarie, di quella solitudine che “è una frattura / un arto fantasma”. Non ha importanza l’età, il colore della pelle, lo status, la razza, il punto è che “il tempo che ci è dato / non coincide con la vita”, verso che potrebbe ricordare una sorta di poetica alla Ishiguro, appunto, per quanto si viva crediamo di non aver mai vissuto abbastanza.

Così dopo Olga incrociamo Carlo, Aldo, Alina, Silvio, Anna, Alberto, Giulia, abitanti di mondi manifesti solo grazie a una voce narrante e voyeuristica, capace di esprimere l’umano (anche) da ciò che è inorganico, una camicia ben stirata, un pavimento bagnato, una scala antincendio, elementi-riflesso di uno stato psicologico, fino a giungere a qualcosa di metaletterario: “Non ho mai veramente parlato /con Giulia, è tutta un’invenzione”, scrive l’autore. Ma a questo punto non ci importa, perché quello che ci ritorna è un mondo declinato ai più autentici ritratti, emotivi, anaffettivi, suicidi, separati, vecchie e giovani solitudini “che dicono un paesaggio / un tempo da attraversare”, anche il vuoto ha la sua forma, scrive il poeta. E in fondo “gli uomini amano l’effimero / ciò che esiste e poi scompare. / Non siamo fatti per restare”. Insomma, la realtà. —

Riproduzione riservata © Il Piccolo