Nel Messico del “nuovo ordine” la rivolta dei poveri è mattanza

Beatrice Fiorentino / Venezia
«Il mio film vuole essere un monito, speriamo che non si debba arrivare a tanto». È il regista messicano Michel Franco, in concorso alla 77° Mostra di Arte cinematografica di Venezia, a lanciare l’allarme, mettendo in guardia sui rischi di un possibile sovvertimento dell’ordine e di una presa di potere violenta come risposta agli squilibri sociali che oggi, con le dovute differenze, attraversano ogni latitudine del mondo.
“Nuevo Orden” si presenta come un film distopico, nichilista, violento, privo di sfumature, ambientato in Messico in un futuro non troppo distante che, in verità, potrebbe cominciare domani stesso. Il titolo ha l’ambizione di dare al racconto «un significato globale - spiega il regista - non strettamente connesso alla situazione del mio Paese, di modo che anche un brasiliano o uno spagnolo potessero sentirsi coinvolti. In ogni caso si sta procedendo in quella direzione. È giusto dire che serve un cambiamento, ma bisogna stare attenti perché se non cambiamo nel modo giusto, in modo inclusivo, cambieremo in peggio. E allora sarà quello il “nuovo ordine”».
Nel film (prossimamente distribuito anche in Italia dalla “I Wonder”) Michel Franco parte dall’osservazione dell’alta borghesia, nello sfarzo della festa di matrimonio tra due giovani rampolli di buona famiglia interrotta dall’esplodere di violente proteste che dalle strade della città finiscono per superare i cancelli protetti della villa. Ovunque regna il caos. La rabbia delle classi sociali inferiori si scaglia contro i ceti altolocati da un lato, contro l’esercito e la polizia dall’altro. Ecco allora deflagrare la rivolta, dove tutto è mattanza e sete di denaro, senza principi né regole, in una visione pessimista del mondo da cui nessuno si salva.
«Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo film, cinque anni fa, non avrei mai immaginato che oggi ci saremmo trovati così vicini a questa distopia: i Gilet Gialli in Francia, i movimenti di Hong Kong, i disordini in Cile e in Colombia, Black Lives Matter e ora la pandemia che arriva ad aggravare la situazione. La gente è scontenta e il mio timore è che i governi possano cogliere questa opportunità per reprimere il malcontento con la forza. Ho fatto di tutto per non politicizzare il film, per non prendere le parti di nessuno, ma penso che la Storia abbia ampiamente dimostrato che militarizzare un Paese non sia mai stato positivo”.
Massacri, violenza, torture e morti sono all’ordine del giorno qui al Lido, dove nella stessa giornata di Franco trovano spazio anche “Run Hide Fight” (fuori concorso), action movie balistico di Kyle Rankin che affronta il tragico fenomeno delle sparatorie scolastiche negli Stati Uniti e, inspiegabilmente annoverato tra i titoli in corsa per il Leone d’Oro, il semi-autobiografico “Und morgen die ganze Welt” (“And Tomorrow the Entire World”) di Julia von Heinz, incentrato sullo scontro fisico e ideologico di giovani neonazisti e antifascisti nella Germania contemporanea, intento a sostenere la discutibile tesi per cui qualsiasi azione (anche violenta) che contrasti i gruppi antidemocratici dell’estrema destra sia legittima. Manifestazioni, botte e un superfluo abuso di macchina a mano per un trascurabile coming-of-age, narrativamente maldestro e politicamente ambiguo. —
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