Nessuno ritorna a Baghdad, l’epopea di una famiglia che non guarda indietro

Raccontare il deserto attraverso i granelli di sabbia, non è poi molto diverso dal raccontare la storia di un popolo attraverso una saga familiare: sembra insignificante e volatile eppure resta appiccicata addosso, si deposita, penetra nella memoria e non se ne va più.
Con Elena Loewenthal "Nessuno ritorna a Baghdad" (Bompiani, pagg. 384, euro 19) perché ciascuno la porta dentro di sé, con lo sguardo sempre rivolto avanti, per orgogliosa rivendicazione e niente affatto per resa.
Non ci ritorneranno i nipoti e bisnipoti, che non hanno mai conosciuto né mai conosceranno le sue atmosfere mediorientali. Non più i capostipiti della famiglia Zilka, arabi ebrei benestanti e ben inseriti nella capitale adagiata sul fiume Tigri, mentre la seconda guerra mondiale mette l'Europa a ferro e a fuoco e sembra appena lambirli.
Ma nel maggio del 1941, l'esercito iracheno si arrende agli inglesi e il nazionalismo filofascista scatena le violenze contro gli ebrei che vivevano lì forse dai tempi della mitica Babilonia. Fino a quel momento a divampare erano state le passioni, temperate dai riti della quotidianità, gli affari e i matrimoni combinati eppure ragionevolmente felici, i miraggi esalati dalla calura del mattino.
Come seguendo un intimo presagio, la prima ad andarsene oltreoceano è Norma, madre inquieta destinata a mutarsi in matriarca dalla vasta progenie, che lascia i figli Flora, Ameer e Violetta al cognato, mentre sullo sfondo gli eventi storici fanno da contrappunto alle microvicende dell'avventura umana, la determinano ma senza che quei caratteri intimamente volitivi e a tratti aspri se ne facciano sopraffare.
La Loewenthal nel dipingere la sua epopea adotta per il florilegio di personaggi un efficace procedimento narrativo che dai giorni nostri riavvolge il tempo a ritroso.
Norma da ultracentenaria newyorchese, a donna in perenne transito, fino alle ultime pagine del romanzo che la vedono bambina a Mosul e sposa precoce a Baghdad.
Ogni capitolo si apre con una partenza, dall'America a Israele, dall'India a Milano, da Londra a Madrid perché «siamo fatti così. Tutti uguali. Gli altri no, si legano ai luoghi, coltivano i ricordi, piangono su quel che è stato. Noi non siamo prigionieri della geografia e nemmeno della storia».
Nel Dna della longeva famiglia, paragonabile a un soffione i cui frutti sono dispersi dal vento, a dispetto di tutto resistono vincoli adamantini dove è scolpita la sentenza che poi è la filosofia del romanzo.
Siccome la nostalgia uccide non ci si deve mai voltare indietro come per sua sciagura fece la moglie di Lot trasformata in statua di sale.
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