“Non dire addio ai sogni”, destini in un calcio al pallone

LUIGI VICINANZA

È un campione Amadou. Un predestinato. Ha appena 14 anni, il calcio è il suo presente ma innanzitutto il suo futuro. Un giorno indosserà la maglia del Paris Saint-Germain o dell’Olympique Marsiglia come il suo idolo Mame, nomignolo affibbiato a Mamadou N’Diaye, calciatore senegalese che nel club marsigliese ci è arrivato. Per ora Amadou tira cross e segna su un campo che neppure si può considerare tale, in uno sperduto paesino del Senegal.

Finché un giorno non viene scoperto da George e Idrissa, il primo francese il secondo senegalese, una coppia di Indiana Jones dei ragazzini dai piedi fatati. Per Amadou si spalanca così la via per Marsiglia, addirittura con un comodo viaggio in aereo. È solo la prima tappa di un viaggio nell’orrore pubblico e nel disincanto privato.

Almeno 15mila ragazzi africani arrivano ogni anno in Europa con il desiderio di diventare calciatori professionisti. Solo uno su mille ce la fa. Vengono reclutati da falsi procuratori o semplici truffatori i quali promettono loro provini con club blasonati in cambio di cospicue somme di denaro. Per poi abbandonarli al loro destino. Con “Non dire addio ai sogni” (Mondadori, 217 pagine, 18 euro) una grande firma de “L’Espresso” come Gigi Riva svela un mondo falsamente dorato, fonte di un’altra inedita ma altrettanto spietata schiavitù. Vittime reclutate non solo in Senegal, come nella storia di Amadou, «ma nell’intera fascia dei Paesi africani che dispongono di una materia prima preziosa al pari dei diamanti, del coltan, del cobalto, del tantalio. Giovani forti, determinati, docili, ubbidienti e capaci. Roba da esportazione, come i loro antenati schiavi per una tratta adatta ai tempi moderni che ai piedi non prevede le catene ma il pallone», racconta Riva. Un romanzo-verità nel quale il calcio – di cui Riva, tifoso dell’Atalanta, è un grande conoscitore – viene utilizzato per condurci nelle periferie scomode, urbane e sociali, della nostra sfibrata coscienza europea. Insieme ad Amadou si affermano due figure femminili, Aisha la sorella coraggiosa capace di spezzare imposizioni tribali e Katia, conturbante amore adolescenziale.

Già con il suo primo romanzo, “L’ultimo rigore di Faruk”, il giornalista-scrittore si è servito del pallone per descrivere in modo intenso ed emozionante le fasi che hanno portato negli anni ‘90 alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. E è stato un successo in libreria.

“Non dire addio ai sogni” ci fa viaggiare nelle banlieue francesi fuori controllo dove i figli di immigrati di seconda e terza generazione si trasformano da scontenti a terroristi; ci porta nella Roma dello spaccio di droga facile e crudele; ci fa approdare nel porto di Genova dove tanti traffici si concludono, come anche questa storia amara con un epilogo a sorpresa. Una narrazione senza moralismi. Con sguardo asciutto. Perché un pallone non smette mai di rotolare. Come i sogni dei ragazzi. Qualsiasi sia il colore della loro pelle. –

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