Ottanta anni fa il martirio di don Bonifacio, santo pacifico
L’anniversario dell’uccisione a Villa Gadrossi del sacerdote istriano per mano di quattro soldati titini. L’amore per la sua terra, l’impegno per i giovani e le ipotesi sul luogo della sua sepoltura

Il secondo martire di Trieste, dopo San Giusto. Ricorrono gli 80 anni dalla scomparsa del sacerdote Francesco Bonifacio, ucciso in odium fidei l’11 settembre 1946 e dichiarato Beato dalla Chiesa il 4 ottobre 2008. Le vicende del sacerdote martire hanno iniziato ad essere note tra gli anni Novanta e i primi del Duemila e oggi il suo è un nome spesso associato alle vittime delle persecuzioni antireligiose della Jugoslavia; e tuttavia rimane ancora poco nota presso il pubblico la vita del sacerdote che, sotto molti aspetti, risuona di un’inaspettata attualità.
Nato a Pirano, il 7 settembre 1912, Francesco Bonifacio era il secondogenito di sette fratelli e sorelle in una famiglia povera, col padre fuochista dei vapori della Società Istria-Trieste e la madre al servizio presso le famiglie dell’alta borghesia. L’ambiente religioso in cui nacque, in particolare la chiesa di San Francesco che lo preparò ai sacramenti e gli permise il ruolo di chierichetto, si caratterizzava per una fede «personale, radicale, lineare, non bigotta», la cui naturale evoluzione fu l’oratorio Domenico Savio e il circolo San Giorgio di Azione Cattolica. Sotto la guida del parroco Giorgio Maraspine, con l’approvazione dei genitori, Francesco intraprese allora la strada del sacerdozio dal 1924, frequentando il seminario di Capodistria. Gli amici lo chiamavano el santin o il santo pacifico per l’estrema pazienza con la quale affrontava, già ragazzo, ogni difficoltà, all’insegna di una generosità a stento contenuta da quel fisico gracile, delicato, squassato dalla tosse e dall’asma. Proprio quest’ultima malattia tolse il respiro al padre nel 1931 ma, nonostante le difficoltà economiche, la madre lo esortò a proseguire gli studi nel seminario.
Gli studi teologici a Gorizia, nonostante avvenissero nel 1932, si svolsero all’insegna di «un reale spirito di fraternità con i suoi compagni italiani e slavi» (Piersandro Vanzan) e trovarono poi completamento con il ruolo di prefetto di disciplina a Capodistria, dove era noto per l’ammirazione che suscitava nei giovani, dimostrando un ruolo di maestro che emerge nei suoi scritti: «Sono appena finiti gli esercizi spirituali dei giovani Penso a certi momenti di gioia spirituale che provai fra i giovani. Che esempio di sincera pietà durante la Via Crucis nel cortile e durante il tempo libero quale esempio di serietà. Nel dormitorio quale silenzio anche tra i più giovani».
Divenuto sacerdote nell’annus horribilis 1936, don Francesco viene inviato dapprima a Cittanova dove era noto per trascorrere lunghe giornate a camminare, affiancato dal cane fedele, tra le case onde sentire i parrocchiani, soccorrere gli infermi, aiutare i più deboli. Nel luglio 1939 venne di nuovo trasferito, stavolta a Villa Gardossi: 1300 anime, gruppi di case sperdute nella valle, una sola strada asfaltata, la Trieste-Pola. Anche stavolta don Bonifacio si distinse per la capacità di coinvolgere la gioventù locale, a prescindere dalla lingua o dalla nazionalità: «La mularia basta poco per conquistarla. Basta un cortile con qualche gioco – scriveva nel Quaderno di memorie segrete – La mularia per averla vicina basta amarla e poi si può fare qualunque cosa». Il conflitto risparmiò l’enclave di Villa Gardossi fino al 1943; poi l’armistizio dell’8 settembre e la successiva occupazione tedesca posero la popolazione locale tra l’incudine dei nazisti e dei loro (numerosi) collaborazionisti e il martello del movimento di liberazione. Don Bonifacio, nell’occasione, mediava, cercava di evitare gli scontri, nascondeva nella canonica tanto i giovani ricercati dai nazisti, quanto chi non voleva entrare nelle bande partigiane. Il 28 dicembre 1944 il sacerdote scriveva di essere «ormai mediatore tra Dio e gli uomini».
Il secondo dopoguerra non fermò le tensioni, anzi moltiplicate dal clima antireligioso dei primi anni della Jugoslavia: non piaceva che il sacerdote suscitasse tanta simpatia tra i giovani, al di là della lingua e della nazionalità, e quanto fosse pervicacemente radicato nel piccolo tessuto locale di Villa Gardossi. Quando gli tagliarono le funi delle campane, si recò in cerca di consiglio a Trieste da monsignor Santin che gli chiese però di restare a Villa Gardossi e gli confermò che voleva che continuasse nell’opera oltre confine. L’11 settembre 1946, di ritorno dalla confessione con don Giuseppe Rocco, al calare della notte, il martirio: quattro guardie titine lo avvicinarono e poi lo uccisero, in circostanze ancora poco chiare.
La storia della beatificazione di Bonifacio è (anche) la storia della ricerca dei suoi poveri resti: come ha analizzato, con rigore storico, lo studioso Mario Ravalico, oggigiorno si ipotizza che sia sepolto non in una foiba, ma nel cimitero di San Vito, poco fuori Visignana, dove le ricerche però si presentano ancora lontane dalla fine. Anche il lavoro archivistico appare tutto da completare: rimane in particolare la “scatola chiusa” dell’archivio militare di Belgrado per il quale si sono attivati gli sforzi diplomatici. Intanto la canonica di Villa Gardossi ospiterà, dal 12 settembre, un piccolo museo dedicato a don Bonifacio: un ritorno, per il Beato, a quella comunità che aveva sempre rifiutato di abbandonare.
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