Attese, riscatto e conflitti sociali: il rito civile dell’ingresso in classe
Nell’antologia curata da Raimo venti testi raccontano con registri diversi l’esperienza della scuola, primo spazio pubblico in cui una comunità misura sé stessa. E in cui può nascere senso di appartenenza o solitudine

La campanella, in questi giorni, torna a suonare nelle scuole. Bambini con lo zaino troppo grande, ragazzi che misurano l’estate ormai finita, genitori in bilico fra sollievo e preoccupazione, insegnanti chiamati ancora una volta a trasformare un’aula in comunità: l’inizio dell’anno scolastico resta uno dei pochi riti civili che coinvolgono davvero tutti. Per questo “Racconti di scuola”, l’antologia Einaudi curata da Christian Raimo (376 pagg., 21 euro) arriva al momento giusto.
Non come libro “a tema” da affiancare alla cronaca del rientro, ma come occasione per guardare meglio un luogo che frequentiamo anche quando non ci entriamo più: la scuola, con il suo carico di memoria, conflitto, paura, desiderio.
Il tema del libro
Il volume raccoglie venti testi di autrici e autori diversi per epoca, lingua e geografia. Accanto a Julio Cortázar, Shirley Jackson, Chimamanda Ngozi Adichie, Stephen King, Clarice Lispector, Anton Čechov e Ray Bradbury, per il lettore italiano contano in modo particolare Marco Lodoli, Domenico Starnone, Matilde Serao e Gianni Celati. Lodoli porta sulla pagina la sua consuetudine con la scuola vissuta dall’interno, tra malinconia e disincanto; Starnone ne fa un teatro sociale e morale; Serao rimette in scena la Napoli di fine ’800 e la condizione femminile davanti alle regole dell’educazione; Celati attraversa il territorio del comico e dello spaesamento, scoprendo l’assurdo quotidiano delle istituzioni.
Raimo, scrittore e insegnante, conosce bene questa materia. Non la osserva dall’esterno, come argomento da dibattito televisivo, ma dall’interno di un’esperienza quotidiana. La sua scelta curatoriale sembra nascere dalla consapevolezza che la scuola non è soltanto un’istituzione, ma una forma elementare del racconto.

Ogni aula mette insieme personaggi costretti a convivere, conflitti di classe, gerarchie, prove iniziatiche, desideri di fuga, attese di riconoscimento. È quello che accade anche nelle nostre città quando settembre riapre cancelli e corridoi e ricorda che la scuola non è mai un affare privato: è il primo spazio pubblico in cui una comunità misura sé stessa.
La forza dell’antologia sta nella varietà dei registri. C’è la scuola come memoria storica e ferita collettiva, quando l’aula viene investita dalla guerra o dall’oppressione politica. C’è la scuola come luogo dell’esclusione, dove l’accesso al sapere può coincidere con la perdita della propria lingua, della propria origine, perfino di una parte di sé. C’è la scuola grottesca e assurda, dove l’autorità si rivela ridicola proprio mentre pretende obbedienza. E c’è la scuola fantastica, in cui il futuro serve a illuminare meglio il presente: l’infanzia, la paura di essere diversi, il desiderio di sapere e insieme il costo della conoscenza.
L’idea di uguaglianza
Una posizione emerge con chiarezza: la scuola è il punto in cui una società rivela che idea ha dell’uguaglianza. Non basta dire che tutti siano seduti nello stesso edificio, davanti alla stessa lavagna. La domanda più radicale è un’altra: che cosa accade davvero a chi entra in classe? Chi viene autorizzato a parlare? Chi impara a tacere? Chi trova negli insegnanti una possibilità di riscatto e chi invece riceve, magari per sempre, il marchio dell’inadeguatezza? Il merito del libro è far sentire queste domande non come tesi astratte, ma come materia viva di racconto.
“Racconti di scuola” dialoga così con il percorso di Raimo, che da anni ragiona sul nesso fra istruzione pubblica, democrazia e disuguaglianze. Ma la letteratura consente un passo diverso rispetto al saggio: accetta l’ambiguità, la contraddizione, il dettaglio che smentisce la teoria.
L’aula non è mai soltanto il luogo luminoso dell’emancipazione, né soltanto il dispositivo opaco della selezione sociale. È entrambe le cose, spesso nello stesso momento. Può salvare e ferire, aprire il mondo e chiuderlo, generare appartenenza o solitudine. Ogni settembre il primo giorno di lezione appartiene agli studenti; ma la domanda che porta con sé riguarda tutti gli adulti: quale idea di futuro stiamo consegnando, ogni mattina, dietro una porta di classe?
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