Parole per Lidia Kozlovich l’attrice che ha unito due mondi

A dieci anni dalla scomparsa dell’artista istriana una nuova edizione del libro che ne ricorda la vita e l’opera con altre testimonianze sul suo lavoro



«Il teatro è stato per me una continua ricerca e un continuo studio. Se non avessi intrapreso questa strada, ora sarei una persona diversa». Sono passati esattamente dieci anni dalla sua scomparsa. Ma Lidia Kozlovich continua a vivere attraverso il ricordo che ha lasciato.

Le testimonianze – raccolte da Anna Rosa Rugliano – delle persone che l’hanno conosciuta sono state aggiunte nella nuova edizione del libro bilingue (italiano-sloveno) “Cara Lidia”, edito da Battello Stampatore, che uscirà nei prossimi mesi.

Attrice di teatro, cinema e radio, Lidia forse senza l’incontro con la regista e attrice Majda Skrbinsek non avrebbe intrapreso la strada del teatro. Dopo gli studi al liceo scientifico di Capodistria, entra all’Accademia di Lubiana. È un’allieva atipica che parla l’italiano – la sua lingua madre – e che impara poi lo sloveno, riuscendo ad unire professionalmente i due mondi: «Ero attenta alla lingua scenica, molto diversa dalla lingua d’uso quotidiano. Solo Trieste mi dava la possibilità di usare le due lingue contemporaneamente, al Teatro Sloveno e alla Rai italiana».

Con il Teatro Stabile Sloveno inizia a collaborare fin da subito, regalando interpretazioni memorabili. Alla Rai, invece, lavora a programmi radiofonici di prosa nelle sedi di Torino, Milano, Roma, Napoli e Trieste. Indimenticabile è il sodalizio con Ugo Amodeo che dopo averla vista al bar della Rai non si fa scappare l’occasione di invitarla a collaborare con lui: «Riusciva a darti quanto le chiedevi grazie ad una preparazione tecnica non comune e una duttilità di voce capace di trovare vibrazioni straordinarie».

Voce che conquista anche il critico Gianni Gori: «La presenza di Lidia al leggio degli studi Rai ha dato spesso ai personaggi dei miei “sceneggiati” quella risonanza plastica e visionaria che è prerogativa rara dei grandi attori». Con la sua interpretazione ne “La dura spina” alla Rai conosce Giorgio Pressburger con il quale instaura un legame professionale e umano – dalla loro unione è nato il figlio Andrea –. Senza timore nell’abbracciare il teatro d’avanguardia, Lidia si ritrova a lavorare con registi come Luca Ronconi, arrivando a portare il suo talento al Teatro Eliseo di Roma, al Teatro Stabile di Torino e al Teatro San Carlo di Napoli dove nell’oratorio “Eleonora” si cala nella parte di Maria Carolina, Regina di Napoli, antagonista di Eleonora, interpretata da Vanessa Redgrave.

Eclettica, appassionata, curiosa di ogni forma espressiva, l’attrice che ha lasciato un segno nella storia del teatro triestino, partecipa inoltre al Festival Internazionale dell’Operetta, organizzato dal Teatro Verdi, dimostrando la sua abilità scenica e la sua capacità interpretativa. Prende parte a numerosi spettacoli al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e al Teatro Stabile La Contrada dove, tra i vari lavori, si ritrova a recitare in triestino ne “L’americano di San Giacomo” di Kezich, per la regia di Macedonio. «Era la prima volta che interpretava una parte in dialetto triestino. Ed è riuscita a trasformarlo in un fiotto di poesia» – ricorda la sua compagna di scena, Ariella Reggio.

Oltre al teatro, si occupa di cinema interpretando vari ruoli in film di rilievo, sia in Italia che all’estero, accanto ad attori come Omero Antonutti. In televisione è presente con gli sceneggiati. Fino alla fine Lidia Kozlovich ha insegnato ai giovani – all’Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine, all’Accademia de La Contrada e al Dams dell’Università di Trieste – quest’arte che ha sempre visto come una missione.

Il libro “Cara Lidia” traccia la figura di una donna unica, «un misto di dolcezza e lontananza» – per dirla con le parole di Franco Però –, una persona speciale che rivive nei ricordi di: Giovanni Esposito, Livia Amabilino, Antonio Calenda, Marko Sosic, Gianni Gori, Ariella Reggio, Franco Bruno, Andrea Germani, Renzo S. Crivelli, Paolo Quazzolo, Franco Però e Leopold Bibic. –



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