Per il regista Adriano Lecchi retrospettiva con toni noir al Festival Latino Americano



«Il thriller è probabilmente il genere nel quale mi sento più a mio agio ma non necessariamente quello che mi piace di più. È un thriller il primo film che ho realizzato: dopo quell'esordio ho iniziato a ricevere una grande quantità di copioni dello stesso tenore. Ma li ho rifiutati: non ho mai voluto incasellarmi in un genere, credendo che la regia potesse essere per me una sfida sempre diversa. E se ci sono, nel mio cinema, elementi ricorrenti, potete vedere quanto variegata, alla fine, sia la rappresentazione dei generi».

Dal thriller alla commedia alla storia intimista al dramma sociale ha sempre voluto spaziare, Alberto Lecchi, regista, sceneggiatore e produttore argentino, al centro della retrospettiva di quest'anno al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste. Nell'attesa di poterlo avere in presenza, ospite alla prossima edizione, è stato oggetto di un'intervista degli stessi direttori del festival, Rodrigo Díaz e Francesca Mometti, occasione in più di scoprire un personaggio molto noto nella sua Argentina, di origini italiane - bisnonni della zona di Como -, multiforme autore di apprezzati lungometraggi per il grande schermo come di serie televisive di successo (tra cui spicca «Epitafios», giallo "oscuro e intelligente" prodotto da Hbo).

Le sei regie che presenta il festival, visibili sulla piattaforma digitale mowies.com fino a domenica, muovono giustamente dall'opera prima "Perdido por Perdido", del 1993, primo gradino della scalata di Lecchi verso la notorietà cinematografica. Denso di suggestioni noir e ambientato a Buenos Aires, racconta la vicenda di un uomo travolto dai debiti e braccato dalla finanziaria che gli sta per pignorare la casa. Un'espediente illegale per trovare rapidamente il denaro - l'inscenato furto dell'auto per riscuotere il premio dell’assicurazione - lo proietterà però in una spirale di ricatti sempre più avvolgente e pericolosa, con poteri forti coinvolti, una polizia corrotta e sempre meno spiragli di uscirne vivo. Il film, sostenuto da un ottimo ritmo e da accenti noir stemperati da un'ironia lieve, conta sulla presenza di interpreti indovinati: primo da tutti quel Ricardo Darin che sarà notato da critica e pubblico diventando uno degli attori più importanti e popolari del cinema latinoamericano. E non è il solo: un altro grande interprete come Dario Grandinetti (noto internazionalmente per "Parla con lei" di Almodovar) stringerà un sodalizio con Lecchi: al festival triestino è infatti il giornalista prigioniero politico nel thriller allegorico "El juego de Arcibel", ma anche l'autista del pullman nella commedia romantica "El frasco". «Si tratta ovviamente di grandi attori - spiega Lecchi - ma la mia scelta è caduta su di loro perché mi ci trovo bene a lavorare: conoscono bene le mie isterie e pazzie. Credo molto negli attori: credo siano l'anima del film, e quel che è centrale per me è che rendano la recitazione credibile. Con Darin ma anche con altri siamo in una relazione tale che mi capiscono anche a un solo sguardo. Ripetere la scelta di un attore è dare un segno di riconoscimento importante con chi si è lavorato bene. E poi è innegabile la loro capacità di coinvolgimento. Ci sono gli attori e ci sono i protagonisti: Grandinetti, Darin, Ariadna Gil sono di quest'ultima categoria, capaci di riempire lo schermo. Il pubblico con loro non si annoia mai e quando esce dal cinema non parla tanto del film quanto della recitazione dei protagonisti». —

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