Per non dimenticare la Norimberga italiana Nel 1976 a processo gli aguzzini della Risiera
“Per non dimenticare - Lest we forget”. È questo il titolo della pubblicazione che per prima al mondo nel lontano 1945, rese note attraverso numerose immagini fotografiche le atrocità e il genocidio compiuto nei campi di sterminio nazisti. L’iniziativa editoriale fu del “Daily Mail” e da quel momento i nomi di Belsen, Buchenwald, Nordhausen, Theresienstadt, Ravensbruck, persero la loro valenza geografica per entrare a far parte dell’universo dell’orrore.
“Per non dimenticare, processo alla barbarie” è anche il titolo del volume, edito da Mgs Press, che sarà presentato oggi alle 18 nella sala della libreria Minerva. Nelle 285 pagine viene riproposto al pubblico quanto accadde anche dal punto di vista giudiziario all’interno della Risiera di San Sabba solo sei anni dopo l’annuncio delle leggi razziali fatto da Mussolini in piazza dell’Unità nel settembre 1938. Ottanta anni fa. Fu questo l’unico campo di sterminio attivato dai nazisti in territorio italiano.
Il libro è frutto del lavoro estenuante e minuzioso compiuto del compianto professor Sergio Kostoris che riuscì a far convocare nel 1976 dalla Corte d’assise di Trieste i responsabili della morte di migliaia di uomini, bambini e donne - ebrei, partigiani, oppositori politici del regime fascista, semplici cittadini - rastrellati nelle abitazioni e nei villaggi istriani e carsici tra il 1944 e il 1945 e poi uccisi all’interno della Risiera. Il professor Kostoris e il giudice istruttore Sergio Serbo, assieme al presidente della Corte Domenico Maltese, furono gli assoluti protagonisti di questa “Norimberga” italiana celebrata dalla nostra Giustizia a “solo” trent’anni di distanza dalla fine della guerra e dalla caduta del regime hitleriano che si definiva millenario.
“Per non dimenticare, prosecco alla barbarie” viene riproposto ai lettori da Alberto Kostoris, figlio del professore protagonista del processo della Risiera e anche lui avvocato. Il suo è un atto di amore verso il padre scomparso nel 1997, ma anche verso sua figlia Cecilia, 15 anni.
«Ho deciso di pubblicare questo libro un anno fa riproponendo anche alle generazioni che verranno quanto ha scritto mio padre sul processo della Risiera. Firmò due importanti saggi che costituiscono anche oggi una sorta di “portolano” per navigare tra documenti, testimonianze, sentenze istruttorie, arringhe. Nelle pagine sono presenti, atti giudiziari, arringhe di parte civile, decisioni della magistratura nei vari gradi di giudizio. Ho voluto questo libro perché ho capito che la memoria di ciò che è accaduto nei campi di sterminio ormai vacilla. Se ne parla sempre meno e un’intera generazione rischia di non sapere nulla delle barbarie contro l’umanità perpetrata anche alla Risiera. Oggi ci si può proclamare apertamente fascisti senza nemmeno vergognarsi. Se queste persone sapessero quanto dolore e quanta violenza sono stati sparsi con l’entrata in vigore delle leggi razziali e con ciò che ne è seguito fino al 1945, non direbbero a certe cose, non assumerebbero a cuor leggero certe disumane posizioni politiche».
Particolarmente interessante nel nuovo libro è il capitolo dedicato alla battaglia legale per evitare che il processo sui crimini della Risiera fosse celebrato davanti alla magistratura militare. Se fosse accaduto, tutti i reati – omicidi plurimi e continuati - compiuti dagli aguzzini della Risiera, sarebbero stati qualificati come prescritti in base al Codice penale militare. «Fu anche grazie al lavoro di mio padre che i crimini della Risiera vennero inquadrati come crimini comuni e non militari, non essendovi alcuna giustificazione militare agli orrori compiuti. Divennero, come scrisse Hanna Arent, crimini comuni compiuti da persone normali».
Il professor Sergio Kostoris nel suo volume “La Risiera di Trieste, un crimine comune, non militare” pubblicato poco dopo la conclusione del processo in Corte d’assise, sottolineò il ruolo fondamentale avuto dal giudice istruttore Sergio Serbo nella ricostruzione dei crimini. Allo stesso tempo Kostoris denunciò apertamente gli ostacoli e i trabocchetti che il magistrato dovette superare.
«Sergio Serbo si adoperò con estrema e sovente misconosciuta diligenza all’acquisizione delle prove. Compito improbo, laboriosissimo stante un’inconcepibile omertà di tipo mafioso anche tra i molti che pur erano direttamente interessati a far luce di verità e giustizia. Quale forza immanente si è opposta?». Kostoris risponde a questo interrogativo puntando l’indice accusatore contro «lo squallido agnosticismo speculativo, l’intima e irreversibile indulgenza spirituale, assai tipica purtroppo di una parte delle nostre genti e peggio, fra i ceti socialmente più elevati e fra i personaggi che funzionalmente assumono maggiore responsabilità d’impegno. Superando diffidenze, incredulità, scetticismo, talora polemiche e persino dileggio; scavalcando i più inverosimili ostacoli frappostigli, vincendo la malizia o premeditate condotte omissive; ricostruendo le amarezze e le ferite di un’adamantina coscienza che procedeva imperterrita». —
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