Personaggi, gialli e ironia così si può sopravvivere a una mamma siciliana

Sicilia come metafora. D’altri mondi anch’essi sospesi tra inquietudine, dolore e ironia, luminosità e lutto, pesantezza d’una controversa storia e fatica di pensare al futuro (che infatti, nelle forme verbali del dialetto, non c’è). Ne è stato interprete straordinario Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di cui Simona lo Iacono ricostruisce infanzia e prossimità della morte, in un libro di raffinata qualità di scrittura e penetrante capacità d’indagine psicologica, intitolato “L’albatro” (Neri Pozza, pagg. 222, euro 16,50). L’albatro, come l’uccello marino che accompagna i viaggi dei marinai. L’exergo è in una frase di Leonardo Sciascia, “L’indizio della verità è sempre nel rovescio di ogni parola”. E appunto al rovescio, al contrario ragiona Antonno, l’immaginario compagno di giochi e fantasie di Giuseppe Tomasi bambino, disvelando così preziose lezioni di vita, dietro i silenzi degli adulti. Ricordi, nelle vacanze del palazzo di famiglia a Santa Margherita Belice. E diario della malattia e dei rimpianti, negli ultimi giorni di vita, nel luglio caldo della Roma del 1957. “Il Gattopardo” è lì, capolavoro ancora incompreso dagli editori. La malinconia incombe. Per salvarsene, un pensiero luminoso: “C’era una risposta alla morte, ed era la poesia. C’era un rimedio al tempo, ed era la scrittura”.
C’è anche un’anima nera, nella Sicilia metafora. Ne continuano a essere straordinari interpreti i suoi scrittori. E le sue scrittrici, come Cristina Cassar Scalia, in “La logica della lampara” (Einaudi, pagg. 384, euro 19). Una ragazza di vita lussuosa e ambizioni sfrenate, che improvvisamente sparisce. Un avvocato torbido, mestolo di mille pentole incrostate di intrighi tra legalità e affari criminali. E una poliziotta, Giovanna Guarrasi detta Vanina, palermitana che ama inusualmente Catania e indaga, senza cedere alle soluzioni facili che celano false piste. La Sicilia è così, contorta, mai limpida. Amante amata esigente. Come una vita che merita intensità.
Certo, questa Sicilia non può ridursi agli stereotipi. Come sostiene Mario Fillioley in “La Sicilia è un’isola per modo di dire” (minimum fax, pagg. 150, euro 14). Storie e ricordi, dalla Siracusa d’origine diventata città prima petrolchimica e poi turistica ai confronti tra la parte orientale e quella occidentale dell’isola, separate da una diagonale immaginaria che va da Messina a Gela e separa caratteri, abitudini e modi di dire e di mangiare, dal contrasto tra i capelli biondi e gli occhi azzurri d’origine normanna alle tradizioni d’origine araba. “Quanto tempo è che i siciliani non sono i siciliani ma la loro rappresentazione?”. I ragazzi ignorano fatti e dati “però in compenso sanno tanto Montalbano, Pif, l’isola irredimibile, la sicilitudine. Più esplodono i record di presenze dei turisti, più la Sicilia viene a coincidere con il racconto che se n’è sempre fatto”. Un racconto falsato. Vale la pena, suggerisce Fillioley, scriverne un altro, più vero. Meno retorica, più conoscenza. E ironia.
Si gioca d’ironia anche in “La morale del centrino” ovvero “come sopravvivere a una mamma siciliana”, di Alberto Milazzo (Sem, pagg. 140, euro 13). Ombre d’infanzia. Sentimenti rattenuti. Una costante aria d’infelicità sospesa sui gesti quotidiani e sulle speranze di futuro. Lei, la madre, è chiamata Manon, come la protagonista dell’opera di Giacomo Puccini, una vita sconvolta tra i desideri mondani e la condanna a farsi monaca. Ed è appunto l’impossibilità a essere felici, e soprattutto il dolersene, la chiave di tutta la storia, perché “la lamentela è un’arte del vivere”. Ma è davvero così? Forse, l’esibizione dell’infelicità non è che un paravento da abbattere, per disvelare quanta forza di vita ci sia nelle storie d’amore, in quell’appassionata condizione metaforicamente siciliana in cui una cosa significa il suo opposto. Come dimostra, alla fine, un matrimonio gay in cui, naturalmente, si mangia benissimo, tra un timballo di anelletti e il trionfo della cassata: “Ed è così, dottore, che mio figlio mi ha rovinato definitivamente l’esistenza: rendendomi felice”. —
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