Peter Greenaway a Spilimbergo con “L’ultima cena” multimediale

Domani il regista gallese, nell’ambito delle Giornate della luce, presenterà la sua installazione audiovisiva su Leonardo. Presto il nuovo film su Brancusi
21/02/2019 Mestre, Peter Greenaway al Museo M9
21/02/2019 Mestre, Peter Greenaway al Museo M9



In occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo Da Vinci, ci sarà un ospite davvero speciale a far rivivere le luci e i colori di uno dei dipinti più iconici del maestro del Rinascimento. Domani, alle 17, al cinema Miotto di Spilimbergo, invitato di eccellenza alla quinta edizione de “Le Giornate della Luce”, il visionario regista gallese Peter Greenaway presenterà al pubblico “L’ultima cena”. Un’occasione unica per avvicinarsi all’opera leonardesca da un punto di vista insolito, guidati attraverso una raffinata installazione audiovisiva in cui tecnologia digitale all’avanguardia e arte pittorica si incontrano dando vita a una esperienza visiva e sensoriale che ormai da diversi anni incanta il mondo tra esposizioni e gallerie.

Greenaway ha realizzato una copia perfetta de L’ultima cena di Leonardo, un “clone” che riprende dimensioni e caratteristiche pittoriche dell’originale. Un’icona della nostra cultura classica riletta in chiave multimediale in un dialogo tra passato e presente che prende vita sotto gli occhi dei visitatori grazie a proiezioni di immagini e luce che sembreranno scaturire dall’opera stessa, accompagnate da una colonna sonora di voci, musiche e suoni.

L’etichetta di regista a Greenaway è sempre andata stretta. Formazione pittorica, un’indole inquieta, una lunga carriera costantemente orientata alla ricerca e alla sperimentazione. «Mi delude il fatto - dice - che il cinema sia così legato al testo scritto. Nessun produttore investe su un progetto se non c’è una sceneggiatura, uno “script”. E io che invece provengo dalla pittura, sono fermamente convinto che il cinema debba essere fatto da immagini, immagini, immagini. Invece si finisce per girare sempre intorno alle stesse storie e alle stesse idee. Storie. Storie illustrate». Sono ormai diversi anni, infatti, che il cineasta profetizza la fine della settima arte: «Negli anni il cinema ha assistito a diversi cambiamenti, da ogni punto di vista, da quello meccanico a quello narrativo, fino a quello distributivo. E la crisi oggi è innegabile. Siamo onesti. Quante volte vediamo i film al cinema? Sono certo che la maggior parte di noi veda i film alla tv, in streaming o sui dvd o addirittura più spesso sullo smartphone. Ai tempi dei nostri nonni le visioni erano sempre collettive, oggi sempre più solitarie, su schermi piccoli e con un pessimo audio. Possiamo chiamarlo cinema? Forse per questa cosa dovremmo inventare un nome diverso. Netflix? Non è una risposta. È solo un nuovo modo per far vedere i film, per fare soldi, ma non c’è nessuna novità linguistica. Anzi, ciò che vedo è molto tradizionale».

Nonostante l’agonia del cinema Greenaway è sempre coinvolto in mille progetti, da una ghost-story ambientata a Tokyo a un film su Kokoschka. «Ci sono almeno sei o sette sceneggiature pronte a cui sto lavorando, alcune di queste coinvolgono l’Italia: Matera, Lucca. E ora siamo in produzione col mio prossimo film dedicato allo scultore Constantin Brancusi. Dovremmo terminare entro l’anno o all’inizio del 2020». A suggellare il binomio tra cinema e arte che per Greenaway è sempre una missione di vita. —



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