Pier Aldo Rovatti «Il pensiero si nutre della cultura della follia che ci fa oscillare»

Domani si parla dell’edizione ampliata del saggio del 2000  nel Roseto dell’ex Opp con l’autore e il ricercatore Sergio Keller 
Foto BRUNI 05.01.2018 La libreria di Deborah e Aldo Rovatti
Foto BRUNI 05.01.2018 La libreria di Deborah e Aldo Rovatti



Negli ultimi quarant’anni di storia il tema della “follia” come indispensabile grimaldello del pensiero filosofico è stato messo da parte, colpevolmente ignorato in nome di un pensiero binario, del sì o del no, in cui si pretende d’incanalare l’intera esistenza umana. Eppure il pensiero critico trae nutrimento dalla “cultura della follia”: se le togliamo spazio nella vita di tutti i giorni ci stiamo privando di un’arma fondamentale per andare oltre l’ordinaria binarietà, per scardinare una forma mentis che è autoritaria per natura.

È la riflessione alla base del saggio di Pier Aldo Rovatti “Le nostre oscillazioni. Filosofia e follia” (Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, edizioni Alphabeta Verlag 2019, 96 pagg., euro 12), appena uscito in libreria e acquistabile sul sito della casa editrice, che sarà presentato domani alle 18 al Roseto del Parco di San Giovanni (in caso di maltempo nella sala A del Centro di formazione aziendale Asuits adiacente al Roseto). L’appuntamento, inserito nella rassegna Rose, Libri, Musica, Vino, è a ingresso libero e avrà come protagonisti l’autore, direttore della Scuola di filosofia di Trieste, in dialogo con il ricercatore Sergio Keller.

«Di follia si è parlato molto negli anni ’60 e soprattutto ’70 del secolo scorso - spiega Rovatti -: poi il tema è stato oscurato in nome di una giusta considerazione della psichiatria anti-istituzionale, che è stata l’operazione rivoluzionaria di Franco Basaglia fino alla 180 e oltre. Eppure lo stesso Basaglia, nelle sue “Conferenze brasiliane”, afferma che è barbara ogni società che non riconosce alla follia il dovuto peso esistenziale. E il tema della follia ha nutrito il pensiero filosofico di grandi autori, come Foucault e Derrida, di cui parlo nel mio libro. Proprio per restituire al pensiero contemporaneo questo necessario strumento critico ho deciso di ripubblicare questo saggio, che è un’edizione riveduta e aggiornata del libro “La follia in poche parole”, uscito nel 2000”. Fin dal titolo l’autore fornisce anche una sorta d’indicazione d’uso per questo prodigioso strumento, che ci consente di valicare gli stretti limiti del pensiero binario, invitandoci a un’operazione che al tempo stesso è rischiosa e liberatoria. Il pensiero di cui abbiamo bisogno oggi, dice Rovatti, è di tipo “oscillatorio”: per non rinchiuderci in gabbia dobbiamo imparare l’arte dell’oscillazione tra opposti apparentemente inconciliabili, trovare un equilibrio nello squilibrio del paradosso, starcene a cavalcioni sul muretto e recuperare il problema del dubbio, quel “non so” che è alle origini del pensiero occidentale.

Sono molti gli esempi forniti a questo proposito da Rovatti, a partire dalla teoria del “doppio vincolo” di Gregory Bateson. Uno dei più elementari fa riferimento al nastro di Möbius, un oggetto in cui la superficie interna e quella esterna si confondono e si fondono insieme: è, dice Rovatti, una visualizzazione perfetta del pensiero filosofico basato sull’oscillazione, la capacità un po’ folle di stare contemporaneamente sia dentro sia fuori.

Ma esiste una “pratica dell’oscillazione”? E come s’impara? «È uno stile di vita a cui ci si può educare attraverso un lavoro di autotrasformazione che abbandoni il “pensiero positivo” di cui è permeata la società a favore del dubbio e del paradosso». La questione dell’oscillazione è declinabile anche nel discorso politico: oggi, dice Rovatti, assistiamo a una falsa oscillazione, un teatro in cui i due soggetti al governo recitano entrambe le parti della commedia. Ma si tratta di oscillazione falsa, perché privata dell’elemento del rischio, azzerato da un patto che in nome del potere e dello status quo difficilmente verrà abbandonato. —





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