Quando il sesso lo insegna papà

di ALESSANDRO MEZZENA LONA
Una storia pronta da raccontare ce l’aveva. A portata di mano. Quella di suo nonno paterno, un aviatore di Belgrado messo in carcere per la sua attività di antifascista. E scappato a bordo di un aereo rubato, con un ostaggio tedesco a bordo, per finire tra le braccia della britannica Royal Air Force. Che l’avrebbe arruolato subito per pilotare gli aerei destinati in Sicilia, dove finirà per incontrare l’amore della sua vita.
Forse un giorno, Anna Giurickovic Dato quella storia la scriverà. È una promessa. Nel frattempo, però, debutta con un romanzo che dimostra quanto fossero lungimiranti gli incoraggiamenti incassati all’inizio della sua carriera. Visto che lei, nata a Catania con casa a Roma, ha vinto con un racconto il Premio Io, Massenzio, organizzato nell’ambito del Festival delle Letterature, ed è stata finalista al Premio Chiara Giovani.
La sua “Figlia femmina”, pubblicata da Fazi Editore (pagg. 183, euro 16), non passerà inosservata. Perché questo remanzo d’esordio ha il coraggio di confrontarsi con uno dei pochi tabù rimasti nella nostra società: quello della pedofilia all’interno della famiglia. Dell’incesto tra un padre e una figlia ancora ignara del suo corpo.
Intendiamoci: non è la prima volta che uno scrittore entra nelle tenebre dell’erotismo consumato tra le mura di casa. Basterebbe ricordare un romanzo dimenticato di Mary Shelley (sì, proprio quella di Frankenstein) intitolato “Matilda”, che la scrittrice stessa coinsiderava scandaloso. Ma anche, se vogliamo, “Il danno” di Josephine Hart. E siccome, diceva Henry James, «la casa della letteratura ha molte finestre», si potrebbe tirare in ballo l’immancabile “Lolita” di Vladimir Nabokov.
Ma il romanzo di Anna Giurickovic Dato ha alcuni elementi di originalità in più. Ambientato tra Rabat e Roma, sospeso tra le atmosfere esotiche del Marocco e la pigra indifferenza della capitale, giocato tutto sul claustrofobico triangolo papà-mamma-figlia, dove gli altri personaggi sono soli figurine di contorno, si muove con la circospezione del ragno. Tesse la tela per cerchi concentrici, lasciando che la storia prenda forma dettaglio dopo dettaglio. E non sbatte in faccia al lettore una verità che, fino alla fine, viene solo evocata, sfiorata, sussurrata. Mai gridata.
Giorgio è un uomo riservato e difficile da gestire. Più “grande” della donna che sposa, inquieto e ruvido, si intenerisce solo quando si trova in compagnia della figlia Maria. Con la bambina diventa un’altra persona. È disposto a riempire il proprio tempo libero di giochi, di letture infantili, di moine e risate spensierate. E più si immerge in quel mondo infantile, più finisce per staccarsi dalla sua compagna.
Ma Silvia non capisce. Non si insospettisce nemmeno quando Maria fatica a prendere sonno la notte. Quando diventa violenta, si ferisce, aggredisce altri bambini. Simula atti sessuali di cui perfino le maestre parlano con imbarazzo. Anzi, diventa la classica mamma-tigre quando la psicologa della scuola prova a entrare, pur con grande d. elicatezza, in quel contesto familiare così enigmatica. A preoccuparla non sono tanto le crisi di irrequietezza della sua bambina, quanto il rapporto sempre più traballante tra lei e suo marito.
La storia non cambia nemmeno quando Giorgio muore in maniera misteriosa. E Silvia si trasferisce con Maria a Roma, incontra un altro uomo, prova a rimettere assieme i frammenti della propria vita. Per lei, la figlia rimane un punto interrogativo. Fa di tutto perché Antonio non la incontri. Preferisce attardarsi fuori casa, concedersi poche ore di passione come un’amante che deve tenere l’orologio sempre sott’occhio per non insospettire chi l’aspetta. Fino al giorno in cui decide di organizzare un pranzo e fare le presentazioni in maniera ufficiale.
Lì Silvia è costretta ad aprire gli occhi sulla realtà. Perché sua figlia adolescente, alla vista di Antonio, sembra rivivere vecchi rituali di seduzione. Un codice amoroso imparato troppo in fretta, quando suo padre si accomodava a letto accanto a lei. Fingendo che solo lui era capace di far addormentare la bambina. Di regalarle una serenità indispensabile a crescere bene.
Costruito con grande equilibrio e ritmo incalzante, scritto utilizzando una lingua esatta, “La figlia femmina” porta sotto i riflettori una scrittrice che sembra capace, in futuro, di regalare altri ottimi libri. Perché Anna Giurickovic Dato è capace di guardare nelle tenebre senza aggrapparsi a inutili illusioni.
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