Quei ricordi a voce da non dimenticare: l’idea di un archivio
L’esperimento di una scuola di formazione di storia a Rovigno in un saggio: gli atti, a cura della ricercatrice Nemec, indagano il valore dell’oralità. La voce degli italiani rimasti in Istria dopo la Seconda guerra mondiale

Preziose, sfuggenti, spesso fraintese. Le testimonianze orali, nonostante il ruolo in primo piano nella comprensione della storia del Secolo Breve, sono tutt’oggi vittime di banalizzazioni, specie nell’ambito televisivo: intervistare quel sopravvissuto, quel reduce spesso assume valore di per sé stesso, rinunciando a un reale ascolto di ciò che l’intervistato vuole comunicare. La storia orale, di per sé stessa, non può pertanto funzionare con le modalità sincopate e frenetiche del giornalismo; un ascolto che si traduca in dati storici utilizzabili deve realizzarsi solo nel lungo periodo. Costituisce un esempio di questa scuola di pensiero la recente pubblicazione Atti: Per un archivio della memoria. Raccolta, conservazione e buone pratiche di ricerca con le fonti orali (2025) edita dal Circolo di cultura istro-veneta “Istria” di Trieste.
Il volume raccoglie gli interventi realizzati durante l’esperimento di una scuola di formazione di storia orale a Rovigno, tenutasi tra il 6-8 novembre 2024: il compimento di uno sforzo corale tra il citato Circolo Istria, il Centro di ricerche storiche di Rovigno e l’Aiso, l’Associazione italiana di storia orale. Gli atti sono stati curati dalla ricercatrice Gloria Nemec, a propria volta afferente al Comitato scientifico composto da Antonio Canovi, Raul Marsetič, Orietta Moscarda, Kristjan Knez, Ezio Giuricin, Daniele Kovačić. Il tutto è stato poi a propria volta reso possibile dal sostegno finanziario del ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale e del ministero della Cultura in base alla legge del 16 marzo 2001, n. 72.
La complessità della storia orale trova, in questo volume, naturale complemento nella frammentarietà dei punti di vista, delle lingue e delle prospettive proprie di quel grande laboratorio linguistico che era l’Istria, come veniva definita ai tempi dell'impero austriaco.
La “tre giorni” ha pertanto funzionato come un crocevia di molteplici studi, tutti accomunati dalla prospettiva istriana e popolare. Chi è rimasto e chi è partito, dalla prospettiva della minoranza italiana; e tuttavia anche lo sguardo di chi la Seconda guerra mondiale l’ha subita come civile, spesso anziano, donna o bambino; e ancora senza trascurare le attuali problematiche inseguite dall’Aiso nel campo della storia orale.
Appare cruciale, leggendo gli Atti, anche la sede di Rovigno: il Crsr vi opera dal 1968 e la città stessa è una babele di lingue e dialetti (dialetto rovignese, istroveneto, istrioto…), di mitologie e fantasmi storici (Venezia, gli Asburgo), di ricchezze recenti e mal distribuite (il boom del turismo di massa), di identità geografiche contrapposte (l’entroterra e il mare) e naturalmente di una comunità italiana ancora presente con scuole, teatro e giornali.
Il saggio si conclude non a caso con un appello a mettere a disposizione di tutti le testimonianze orali: fornirle «comuni, accessibili e fruibili» attraverso appositi Archivi della memoria che funzionino quali «proiezione nel futuro, costituirsi di una tradizione, inclusione del passato nel presente, rigenerazione nella discendenza, in definitiva risorse strategiche di una comunità». Le comunità minoritarie assumono, in questo contesto, un ruolo cruciale, perché sono gli ambiti più adatti a questo genere di ricerche e nel contempo, per ragioni identitarie, coloro che ne hanno più bisogno. La prima parte del volume indaga diverse vicende storiche propriamente dette, mentre la seconda predilige la teoria.
Risultano interessanti, nella prima, i resoconti delle interviste di Gloria Nemec volti a dare voce agli italiani che erano rimasti in Istria nel secondo dopoguerra, una minoranza «piccola e periferica parte del grande laboratorio balcanico» e obbligata «all’immane sforzo di costruzione di uno Stato socialista di tipo nuovo, vivendolo però dal lato di chi -potenzialmente- un’alternativa l’aveva avuta». Il ricercatore Alessandro Portelli capovolge invece la prospettiva, spesso paternalista, adottata per la storia orale: non si tratta di dare voce a chi non ce l’ha; piuttosto occorre osservare che «I contadini, gli operai, le donne, i bambini, le minoranze hanno tutti ampiamente la loro voce, ma quello che non hanno è l’ascolto».
Il trauma dei bombardamenti del 1944-1945 è tutt’oggi ben vivo tanto a Trieste quanto a Monfalcone, dove la riapertura della galleria Rifugio è stata in tal senso un involontario catalizzatore. Si inserisce bene in questo discorso Gabriella Gribaudi con lo studio delle elaborazioni dei traumi nel secondo dopoguerra e Giovanni Contini a proposito delle stragi naziste nell’Italia centrale: chi sopravvive spesso inventa giustificazioni per il terror bombing o tenta di fornire una spiegazione logica in realtà inesistente per la casualità di molte disgrazie (la perdita della casa, la deportazione, lo stupro).
Separata, ma altrettanto valida la sezione dedicata all’esperienza degli esuli in Italia con la ricostruzione delle rispettive comunità in luoghi “alieni”: l’esempio è stavolta il Piemonte di Enrico Miletto, mentre Stefano Bartolini focalizza l’attenzione sul mondo del lavoro manuale.
Storia orale e Istria vuol dire in Italia soprattutto associazionismo e musei: in tal senso gli interventi di Kristjan Knez, Emiliano Loria e Donatella Shürzel mostrano quanto lavoro rimanga ancora da svolgere, tanto a livello di interviste, quanto di rielaborazione del materiale già presente.
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